12 feb 2011

Segnalibri

In questi anni di berlusconismo, e' utile tenere dei "segnalibri", cosi', per mantenere la rotta. Uno risale al 2001, un altro e' questa intervista a Nanni Moretti che c'era ieri sul Manifesto.


INTERVISTA
«Il Caimano c'era già e tanti gli somigliano» Parla Nanni Moretti
Norma Rangeri
«Sono stato attento». Nanni Moretti rompe il lungo silenzio di questi anni e torna a parlare dell'Italia del Caimano, di quel che il suo film aveva visto, di quel che forse gli italiani non vedono più, avvolti e sopraffatti da un conflitto di interessi che ci ha cambiato.
Il celebre film di Moretti è nei cassetti della Rai. Pur avendolo acquistato cinque anni fa per 1 milione e mezzo di euro, non ha avuto il coraggio di mandarlo in onda. Oggi quella scena finale, con la molotov che parte dalla folla contro i magistrati che hanno osato processare il Politico, potrebbe uscire dalla fiction e diventare cronaca? E sono "golpisti moralisti" quelli che si ostinano a chiedere il rispetto delle regole, della divisione dei poteri? E perché la sinistra per avere credibilità deve spendere il nome di uno scrittore come Saviano? L'intervista con Nanni inizia promettente: «Dunque».
Esce solo a tarda sera dal lavoro finale del suo film. In tutti questi anni Nanni Moretti non ha mai accettato di rilasciare interviste. Nonostante le richieste di giornali e televisioni, italiane e straniere. Tutti volevano chiedergli del Caimano, di quella scena finale, quando i sostenitori di un Politico, finalmente processato, e condannato, lanciavano una molotov contro il Tribunale. E oggi che quello scenario sembra avvicinarsi, Nanni rompe il lungo silenzio. Trascinato proprio dal rifiuto della Rai di trasmettere Il Caimano.

Perché non hai più voluto parlare?
Perché mi imbarazzava dire: «Visto?»

Ma come avevi fatto a "vedere", cosa ti aveva ispirato quella scena?
Quelle fiamme sono macerie simboliche: costituzionali, istituzionali, culturali. Macerie che si lascia alle spalle l'avventura politica di Berlusconi. Il fatto è che ci siamo abituati un po' tutti, anche elettori e elettrici di sinistra, a cose che in una democrazia non sono per niente normali. E uno dei compiti del cinema è mostrare quello che ancora non riusciamo a vedere o quello che non riusciamo più a vedere. Berlusconi, il politico intendo, queste cose le ha sempre dette e sempre fatte. Le sue aggressioni alla magistratura non sono una novità. Sono stato un po' attento.

Pensi che oggi, con l'assalto alle istituzioni, si potrebbe andare oltre la molotov?
Non lo voglio prendere nemmeno in considerazione. Purtroppo, la cosa strana, molto italiana, è questo revanchismo da parte di persone che si identificano in forze politiche che sono state quasi sempre al governo, al potere in questi 60 anni.

Al Caimano i berlusconiani contrappongono 'Le vite degli altri', lo stato comunista spione.
Ma non è vero che si preoccupano di non far intercettare la gente. È vero che Berlusconi non si difende mai nei processi. Questo slogan «è stato sempre assolto» è una mistificazione. È stato condannato a un anno per falsa testimonianza (poi gli è stata tolta) sulla P2. Ci sono state prescrizioni, leggi fatte apposta per lui. E poi la condanna di Previti per aver corrotto i magistrati: per conto di chi se non di Berlusconi?

Attraverso i tuoi film si legge un pezzo della nostra storia politica e culturale. E proprio oggi la Rai non vuole mandare in onda il Caimano.
Uno dei tanti motivi per cui io venticinque anni fa ho fatto, con Angelo Barbagallo, una casa di produzione, la Sacher, era che volevo io scegliermi i finanziatori dei miei lavori e una delle poche cose che dissi da subito a Barbagallo fu: «Se i nostri film hanno bisogno di cooproduzioni con reti televisive, io non voglio essere finanziato da reti Fininvest, come si chiamavano allora. Dico questo perché tra registi e scrittori c'è chi può scegliere e chi non può, e tra quelli che possono scegliere c'è chi non sceglie nemmeno nel 2011. Ecco io ho scelto venticinque anni fa. Non sono per niente d'accordo, anche se succedono cose come quelle di questi giorni, con chi dice «va bene, tanto televisione pubblica e tv privata sono la stessa cosa». No, io voglio lavorare con la televisione pubblica. Già venticinque anni fa nelle tv di Berlusconi c'era una visione del mondo che mi dava disagio.

Ti riferisci alla polemica scoppiata con il caso Mondadori?
Ci sono delle cose che mi tengo molto dentro. Non sono entrato nella polemica sulla Mondadori perché chiunque voglia sapere le cose, le sa, magari non le ricorda. Ma quello è un altro discorso.

La tua storia di cooproduzioni con la Rai è antica e non sempre pacifica.
Da Notte Italiana di Mazzacurati e Domani accadrà di Daniele Luchetti, i primi due film che abbiamo prodotto, ho cercato la Rai. E sempre abbiamo proposto i nostri film, Caimano escluso, ma compreso quest'ultimo che sto finendo, Habemus Papam. E abbiamo sempre collaborato. Tranne una volta: Il Portaborse. Il film uscì un anno prima dell'esplosione degli scandali delle tangenti, era il '91. Allora non c'era Raicinema, si facevano le proposte alle singole reti. Per evidenti motivi non lo proponemmo a Raidue, la rete del Psi. Raiuno invece disse di no facendomi capire che non era per motivi estetici. Raitre disse di no facendoci invece osservazioni sulla sceneggiatura.

Perché il Caimano non lo hai voluto coprodurre con la Rai?
Preferivo stare tranquillo. Poi il film è uscito nel 2006 e dopo l'abbiamo offerto alla Rai che lo ha acquistato per 1 milione e mezzo di euro, che non è poco. Lo poteva mandare in onda già nel 2008. Io non ho mai detto niente, non mi piace fare la vittima anche quando come in questo caso ne avrei motivo.

Sei un golpista moralista?
Beh, capisco che possa venire a noia ripeterlo per 17 anni, ma il problema è il controllo televisivo. Noioso, ovvio, banale e grossolano ripeterlo, ripeterselo, ripeterlo agli altri per 17 anni, però non è grossolano dirlo, è grossolana la realtà italiana. Tante persone hanno solo la tv e solo certe reti televisive come rapporto con il mondo. E questo continua a contare tantissimo. Certo poi ci sono anche molti italiani che sono come lui o vorrebbero esserlo. Berlusconi non solo ha formato gli italiani, portandoli un po' più in là, ma è un italiano tipico, uno di quelli che non rispettano le regole, le istituzioni, il senso dello stato.

La sinistra non l'ha capito. E ciclicamente sembra svegliarsi. Ora la società civile si muove. Il Palasharp a Milano, il 13 febbraio a Roma.
Tutto è importante, anche la manifestazione che ci sarà domenica prossima e alla quale naturalmente andrò. Ma andando indietro al '94, lì c'era una situazione straordinaria, in senso negativo, per la democrazia. Ci voleva una sinistra straordinaria, con personalità straordinarie, in grado anche di gesti simbolici non ordinari. Quello che colpisce, oggi, è che non c'è una persona tra le centinaia di quadri politici berlusconiani, che dica che Berlusconi ha un po' esagerato. Nessuno. Né uomo, né donna.

In queste ore Berlusconi ha riunito direttori di giornali e tv a palazzo Chigi. L'informazione è blindata.
Nove anni fa quando facemmo il girotondo davanti alla Rai, ricordavamo che quello era un problema gigantesco. Una concentrazione mediatica impossibile anche per un uomo non impegnato in politica. Eppure tante persone di sinistra si sono stancate di dirlo agli altri e anche a se stesse.

Dove si può arrivare?
Si è già arrivati, la testa delle persone è già cambiata. Come attore, nel Caimano, non mi interessava né la parodia né l'immedesimazione. Volevo riproporre, freddamente, la pericolosità di quelle parole. Che tutti avevamo sentito e continuavamo a sentire. Che però, forse perché filtrate attraverso quello strumento così familiare e ovattante che è la tv, non facevano più impressione. Volevo restituire quella minaccia.

Nel 2002 era Moretti, oggi è Saviano?
Non penso che Saviano abbia alcuna intenzione di fare altro da quel che già fa. È una persona che ha credibilità. La credibilità è una cosa importante. Ci sono persone che ce l'hanno e altri no.

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