27 lug 2011

America istruzioni per l'uso / 1

Quest'anno, alla mia quinta vacanza negli USA (piu' diversi viaggi per lavoro) ho avuto per la prima volta la forte sensazione di come i paesaggi urbani, i ritmi di vita, le persone, fossero diventati familiari, consueti. Noi italiani (e gran parte del resto del mondo, credo) abbiamo questa idea del viaggio negli Stati Uniti come un continuo "wow" a base di Manhattan, Las Vegas, Grand Canyon, eccetera, ma questo crea un'immagine molto, molto parziale di questo grande e strano Paese. Per me, visitare un paese straniero e' una cosa molto diversa da visitarne le attrazioni turistiche: sarebbe come visitare il centro storico di Siena e farsi un'idea dell'Italia solo in base ad esso. Ma cosa c'e' dietro l'angolo? come vive la gente ogni giorno, dove lavora, cosa mangia, come passa le serate?
Dopo aver percorso migliaia di chilometri, parlato con la gente, lavorato con loro, fatto la spesa nei loro supermercati, visitato le metropoli e le cittadine desolate di provincia, visto il New England, la Florida, la California, New Orleans, le Grandi Pianure, posti cosi' diversi ma cosi' uguali, credo di essermi fatto un'idea non dico precisa ma abbastanza definita su come funziona questo posto, e ora voglio buttare giu' questi appunti a mo' di riassunto.

Prima di tutto, una nota sulla definizione di "America": ovviamente sappiamo tutti che l'America propriamente detta e' un continente di cui gli USA sono una parte relativamente piccola, e anche la nozione di "Nord America" e' qualcosa di ben diverso dai soli Stati Uniti. Ma d'altronde sappiamo tutti che se uno dice "vado in America" nel 99% dei casi si sta riferendo agli USA, e inoltre gli statunitensi stessi si riferiscono al proprio Paese come "America" (e va gia' bene, considerando che chiamano il proprio campionato nazionale di baseball "World Series"), quindi poco male se useremo il termine in maniera flessibile.

Naturalmente, faro' un sacco di generalizzazioni. Se dico che gli americani sono tutti ciccioni o che mangiano solo schifezze, non vuol dire che non ci sia un sacco di gente in formissima o che non si possa trovare del buon cibo: vuol semplicemente dire che in generale c'e' un'incidenza preoccupante di obesita' in tutte le fasce della popolazione e che in generale abbondano i cibi fritti o dagli ingredienti insalubri. Pero' mica posso scrivere un trattato ogni volta. Grano salis, OK?

Per iniziare, partiamo con uno dei simboli piu' forti dell'immagine americana, giusto dopo i pistoleri del far west: l'automobile.
Come si guida in America.
Gli USA, in generale, sono un Paese costruito a misura di automobile. Quindi guidare e' un gioco da ragazzi, specialmente per un italiano. Poi ovviamente, se uno e' imbranato non e' che diventa Schumacher negli USA, pero' diciamo che mentre da noi per strada vige fondamentalmente la legge della giungla, negli USA e' tutto piu' a misura di "vecchietto col cappello". Quindi niente paura, affittate un'auto, munitevi di cartina e andate alla scoperta. Per dire del livello medio, una volta ho visto un libro che spiegava i trucchi della guida "alla bostoniana" (essendo Boston, secondo il luogo comune, una citta' dal traffico caotico - in realta' siamo ai livelli di Milano il 15 di Agosto): una sezione spiegava, in tre pagine e con tanto di illustrazioni, come fare a immettersi in una strada trafficata dovendo fare una svolta a sinistra: mettere avanti il muso, guardare di qua e di la', sporgersi ancora un po', poi buttarsi e andare. Come se fosse una manovra da Gran Premio di Monaco.
Per quanto riguarda il noleggio, se si e' in due o tre, basta chiedere la categoria di piu' economica, e si ricevera' un'auto dalla taglia piu' che comoda per i nostri standard. Premesso che la maggior parte dei parcheggi sono fatti a misura di Hummer, e' comunque inutile complicarsi la vita con un'auto enorme se non la si ha veramente bisogno. Inoltre, affittando una categoria economica c'e' comunque la possibilita' di ricevere un upgrade alla categoria superiore. Ovviamente, le auto hanno tutte il cambio automatico, che peraltro e' comodissimo e al quale ci si abitua dopo 10 minuti. Si mette in moto col piede sul freno in posizione P, si mette in R per fare la retro e in D per andare; per fermarsi a stop e semafori si preme il freno lasciando in D; per fermarsi, si mette in P (altrimenti non viene via la chiave) e poi si spegne, ecco tutto. Coglioni noi che facciamo settimane e settimane alla scuola guida. Non vale la pena di chiedere il cambio manuale. In generale, affidarsi a una cartina e' piu' comodo di utilizzare il navigatore, a parte quando si deve cercare un indirizzo preciso, che non sia un albergo, in una grande citta' (nel qual caso, comunque, si e' facilitati in quanto le strade sono solitamente numerate e parallele, e i numeri civici sono organizzati a blocchi di isolati: anche qui uno sguardo a una mappa chiarisce molte cose). Una cosa che sorprende il guidatore europeo negli USA e' la mancanza di indicazioni stradali come le intendiamo noi, coi cartelli che indicano la destinazione, la direzione, e i chilometri per raggiungerla: negli USA vengono indicati i numeri delle strade, e sta al guidatore sapere che prendendo la US85 verso Sud si arriva a New Orleans. Per questo, avere un atlante stradale con un livello di dettaglio decente e' tutto cio' che serve: sapere che strada prendere e in quale direzione: nord, sud, est, ovest. Fine.
In teoria, per guidare negli USA sarebbe necessaria la patente internazionale. In pratica, nessun autonoleggio la chiedera' mai e nemmeno le forze dell'ordine se ne interesseranno. Ottenere la patente internazionale in Italia e' una procedura burocratica inutile e demenziale che serve solo a scucire qualche Euro ai cittadini zelanti.
Per quanto riguarda le forze dell'ordine, va tenuto presente che prendono il loro lavoro molto piu' sul serio che da noi. Non e' vero che in America tutti rispettano i limiti di velocita', ma in generale e' rarissimo vedere guidatori indisciplinati o pericolosi. A New York ho visto coi miei occhi un pedone tirare un calcio alla portiera di un taxi colpevole di essere passato sulle strisce mentre quello stava gia' attraversando. Da noi ne sarebbe probabilmente nata una rissa furibonda, mentre in quel caso il tassista se n'e' scappato via tra gli insulti dei presenti. Piu' di una volta ho visto lo sceriffo o la polizia fare inversione o sbucare da dietro un angolo per inseguire qualcuno che era passato col rosso o chissa' per quale altro motivo. Il cambio automatico, le strade dritte, e la guida calma degli altri automobilisti contribuiscono a raffreddare il nostro nervosismo alla guida; in caso si venga fermati, accostare, non scendere dalla macchina, mantenere le mani in vista e comportarsi educatamente.
Tutti i cartelli stradali sono naturalmente in miglia (non c'e' segno che gli americani vogliano convertirsi al sistema metrico decimale), ma i contachilometri solitamente mostrano anche i valori in, appunto, chilometri: si notera' che i limiti non sono cosi' diversi dai nostri. Solitamente, il parcheggio non e' un problema: ampio e abbondante. L'americano assume che sia sempre possibile posteggiare davanti alla porta del ristorante. Fare attenzione comunque ai divieti temporanei tipo lavaggio strade e simili, perche' le multe fioccano. Le autostrade a pagamento (toll) sono rare e solitamente viene anche segnalata l'alternativa gratuita; tenere un po' di contanti sempre a portata di mano, in quanto quasi nessun casello accetta le carte di credito.
Sono molto diffusi i semafori con la svolta a destra continua, e solitamente se questa non e' permessa viene indicato con un cartello: altrimenti, anche col rosso si puo' svoltare a destra, ovviamente se non arriva nessuno. Prudenza.
La differenza piu' macroscopica, fino a rasentare l'incredibile, sono gli incroci stradali a quattro vie. In questi incroci, se entrambe le vie hanno la stessa importanza, e' comune avere il segnale di STOP su tutti e quattro i lati: il problema e' che la precedenza a destra non vale. Passa chi e' arrivato prima. Ci si ferma, si da' un'occhiata, se c'e' qualcun'altro gia' fermo lo si fa passare, poi si va. Con un metodo del genere, l'Italia piomberebbe nel caos dopo mezza giornata. In America invece funziona. Attenzione.
I distributori di benzina funzionano come da noi, e la maggior parte dei self service si paga alla cassa, anche se ovviamente esistono quelli che accettano la carte di credito o i bancomat Maestro direttamente. Personalmente, non mi fido molto di questi ultimi, visto l'altissimo numero di frodi sulle carte di credito negli USA. I distributori solitamente offrono due o tre tipi di benzina (il diesel e' scarsamente diffuso): ovviamente con una macchina a noleggio non ha senso scegliere altro che il tipo piu' economico.
Le highway e le altre strade principali hanno uscite numerate in base al numero di miglia percorse all'interno dello Stato, e prima di ognuna, una serie di cartelli annuncia quali alberghi, distributori o catene di ristoranti sono presenti. Non e' necessario, come da noi, "trovare un paese" in cui fermarsi per fare una sosta, anzi gli esercizi commerciali sono sempre concentrati in aree apposite. Se non trovate un albergo decente all'uscita dell'autostrada, e' inutile andare "in paese" sperando di trovare qualcosa di meglio (a parte ovviamente nelle grandi citta'). Idem dicasi per il mangiare: spesso "downtown" e' un totale mortorio, e la nostra "passeggiata in centro" e' un concetto generalmente sconosciuto agli americani. Ma questo merita un discorso a parte.

Mi sembra tutto, per ora. Prossime puntate, cibo e altre abitudini.

Doom Architecture


Un'altra delle bruttezze contemporanee che mi capita spesso di immortalare col telefonino quando sono in giro e' quella che chiamo "Doom Architecture". La Doom Architecture e' quella tendenza, ormai dilagante, di costruire palazzi o interi complessi residenziali a base di sole linee squadratissime, con un orripilante gusto minimalista fondato su freddi cubi di cemento, come se l'edificio non fosse stato disegnato da un vero architetto ma piuttosto da un programmatore di Doom alle prime armi. Doom il primo, intendo, quello col motore grafico sfigato.

Qui un paio di esempi: il primo (sopra) a Magenta, il secondo a Milano, anche se in questo caso si tratta di Doom Architecture ante litteram, proveniendo la foto da un'area in disuso lungo Viale Forlanini.


La Doom Architecture sta distruggendo le nostre citta', sommergendole di cemento. Dobbiamo renderci conto della bruttezza sempre piu' imperante intorno a noi e, nel nostro piccolo, fare resistenza. O procurarci un cannone al plasma.

Bella Italia

From Bella Italia

Ho deciso di inaugurare una nuova categoria di foto che chiamero' "Bella Italia": ovvero una raccolta delle marche finto-italiane che si vedono all'estero. Naturalmente, i settori merceologici piu' colpiti dal fenomeno sono il cibo e i vestiti. Una rapida visita oggi al CVS qui a Port St. Joe, Florida, dove sono in vacanza, mi ha fornito qualche esempio facile facile.

From Bella Italia

Le marche finto-italiane si caratterizzano per l'utilizzo a sproposito di parole italiane a caso, solo alcune volte vagamente attinenti al genere dell'articolo. Le varie "prego", "salve", "ciao" eccetera sono tra le piu' gettonate, sia tra gli tra i generi alimentari che, solitamente, per i ristoranti.

From Bella Italia

From Bella Italia

Altra categoria particolarmente abusata e' quella dei finti nomi italiani, tipo Roberto Paggio, che e' uno dei miei preferiti. Che poi magari Roberto Paggio esiste davvero, pero' non capisco come mai vedo le sue pubblicita' solo all'estero. Per la prossima volta.

15 lug 2011

Cyndi Lauper vs. John Mellencamp

Prima di tutto, c'e' da dire che l'accostamento parra' sacrilego al 90% dei fan di entrambi. Pero' pazienza: chi pensa che Girls just wanna have fun e Rain on the scarecrow siano mutualmente esclusivi mi fa solo un po' pena.
Delle disavventure dell'ex Cougar in Italia ormai si sa: tre date annunciate, Vigevano, Roma e Udine, e quest'ultima annullata senza fornire motivazioni. Polemiche e incazzature al seguito. A Vigevano ci saranno state almeno un tremila persone (stima mia del tutto a occhio) e l'atmosfera generale era del tipo "era trent'anni che aspettavo questo concerto", quindi piu' che positiva per qualunque cantante che avesse voluto assecondare almeno un minimo il pubblico. Biglietto e manifesti annunciavano l'inizio alle 20.30; solo verso le 21.30 e' iniziata la proiezione del film documentario sulla genesi dell'ultimo disco di Mellencamp. Pochissimi nel pubblico sapevano del film, e dopo una mezzoretta sono iniziati i fischi, peraltro educatamente limitati ai passaggi piu' mosci, come a dire "cheppalle ma non finisce mai sta roba?". Il concerto e' iniziato verso le 22.30 e si e' concluso a mezzanotte in punto. Credo che nonostante le due ore di ritardo, il pubblico si sia goduto un bel concerto, col gruppo di Mellencamp in formazione semi-acustica per la prima meta' dello show, e alcuni pezzi fatti alla sola chitarra e voce. E' dura essere un reduce degli anni '80 e stare sul palco sapendo che il 90% di quelli li' sotto e' venuto per ascoltare Paper in fire mentre tu vorresti far sentire il tuo ultimo disco: pero' o hai le palle di non farli proprio, i cavalli di battaglia, oppure se li fai, non li devi buttare li' come se te l'avesse ordinato il dottore. Quando e' iniziata la parte "rock" del concerto, il pubblico s'e' scaldato e si e' capito che aveva voglia di ballare e cantare. Da Mellencamp, invece, pochissimo feedback: un piccolo aneddoto sulla nonna morente, la presentazione della band, e un fan tirato su a forza sul palco a urlare R-O-C-K in the USA a fine concerto. Scocca la mezzanotte, nemmeno un bis per finta, e di corsa sul van. Musicalmente un gran bel concerto, ma di "anima", poca. La sera seguente, a Roma, a quanto pare e' andata anche peggio. Udine, poi, cancellata. In totale, per come la vedo io, una figuraccia.
Poche sere dopo, Cyndi Lauper all'Arena Civica a Milano. Anche lei con una manciata di superclassici da fare a tutti i costi e con un disco nuovo che va in tutt'altra direzione rispetto al vecchio repertorio, in maniera ancora piu' netta di Mellencamp, visto che Memphis blues e' un disco, appunto, blues. Che non e' esattamente cio' che ti aspetti sia il pane quotidiano dei reduci dagli anni '80 di Madonna, Boy George e Pet Shop Boys. Come Mellencamp, Cyndi Lauper ha iniziato coi pezzi nuovi, facendo pero' subito capire che la solfa sarebbe stata ben diversa: in perfetta forma, vocale e atletica, ha ballato e corso per tutto il tempo, e' scesa tra il pubblico gia' alla prima canzone (non su una passerella, ma proprio tra le sedie), ha scherzato e raccontato storielle, e ha trascinato il pubblico attraverso il nuovo repertorio blues con un'efficacia tale che se anche avesse saltato le vecchie hit ci sarebbe stato poco da ridire. Quando le 3-4 hit sono arrivate (peraltro annunciate, molto onestamente, gia' sui manifesti del concerto... "performs her classic hits"...), sono state accolte con entusiasmo ma non con quell'aria da "finalmente" che e' sembrata spirare a Vigevano quando sono spuntate le chitarre elettriche sul palco. Le interpretazioni sono state originali e vocalmente affascinanti, e l'interazione col pubblico e' stata totale. Le facce e i commenti all'uscita erano tutti dal "fantastico" in su.
Dubito che John Mellencamp abbia mai visto un concerto di Cyndi Lauper, ma dovrebbe farlo, se avesse l'umilta' di capire che anche dopo i cinquant'anni c'e' sempre qualcosa da imparare.


Un'ultima nota: a inizio concerto, una presentazione registrata ha introdotto Mellencamp come "il campione della liberta' di parola per tutti" o qualcosa del genere. Certe cose, se c'e' bisogno di chiarirle cosi' esplicitamente, vuol dire che non sono cosi' palesi, no? Cyndi Lauper, che per i fan di Mellencamp probabilmente e' solo una pazza che ha abusato di lacca per capelli per troppo tempo, ci ha invece risparmiato certi proclami ma ha concluso True colors (e con essa il concerto) col pugno alzato e la parola "liberty" sulle labbra.