30 ago 2011

Analfabetismo politico

Mario Deaglio scrive su La Stampa, a proposito della "manovra" economica:


"Negli anni d’oro della Prima Repubblica, c’erano almeno 50-70 parlamentari di tutti i partiti che sapevano «leggere» i conti pubblici.


Oggi, se va bene, i parlamentari non analfabeti in materia si contano sulle dita di una mano e i politici, per rimediare al proprio analfabetismo, si devono affidare a ministri che sono tecnici prima che politici.


Questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento del livello di pressappochismo del mondo politico.


È uno sforzo da dilettanti, messo assieme in un paio di settimane, senza adeguati supporti tecnici, esclusivamente per rispondere a una pressante richiesta europea."


Il collasso a cui va incontro l'Italia ci viene annunciato ormai giornalmente, ma non occupa le prime pagine dei giornali: il collasso non sara' causato da una stangata economica in piu' o in meno, ma dall'incompetenza diffusa che ha ormai penetrato ogni livello decisionale, politico e imprenditoriale, del nostro Paese.

19 ago 2011

Un po' di link

Un paio di mesi di feed rss:


La relazione tra i quotidiani online e i social networks. "Nessuna citazione specifica per le pubblicazioni italiane che hanno numeri davvero esigui rispetto ai loro omologhi delle altre nazioni."


Questo la dice lunga sull'approccio che ha Apple rispetto agli standard consolidati di mercato. Poi ognuno potra' decidere se sono degli innovatori o dei rompipalle che vogliono obbligarci a comprare i loro accessori.


Mi meraviglio che non si vedano molte piu' notizie di questo tipo: "New Android spyware answers incoming calls", "New Android Malware/Trojan Records Your Phone Calls". La commistione tra Internet e le telefonate apre moltissime efficaci possibilita' di social engineering: pensate di ricevere una chiamata preregistrata con una voce che dice di essere la vostra banca e vi chiede di digitare il vostro numero di carta di credito. Molto probabilmente, questo tipo di intrusioni sono molto piu' comuni di quanto si pensi, soprattutto in caso di attacchi molto specifici (del tipo "spionaggio industriale").


Stamattina, un amico ha segnalato questo articolo: "Groupon Doomed by Too Much of a Good Thing", e dopo averlo letto ho pensato che, per gli investitori, Groupon finora non e' stato altro che uno schema Ponzi.


Bloccare le comunicazioni Internet e cellulari, anche (e soprattutto!) in caso di emergenze non mi sembra una buona idea.


70% di falsi positivi con i body scanner. Magari potremmo pensare a delle alternative.


E per concludere, il top: falsi Apple Store e IKEA in Cina. Soprattutto nel caso dell'Apple Store, dove a quanto pare persino i commessi erano convinti di lavorare in un vero negozio Apple, la notizia solleva alcune riflessioni interessanti: ma se il falso e' uguale all'originale, vende gli stessi prodotti dell'originale, con lo stesso marchio dell'originale, cos'e' che definisce la nozione di "originale"?
Voglio dire: al di la' di questi casi eclatanti, la protezione di un marchio e' considerata un legittimo diritto nella nostra cultura, in quanto strumento per proteggere la qualita' del prodotto venduto con tale marchio. E' giusto proteggere, che so, il Parmigiano Reggiano o il Brunello di Montalcino perche' per produrre tali alimenti sono necessari accorgimenti e regole particolarmente stringenti, che ne garantiscono la qualita'. E lo stesso dovrebbe valere per una borsetta, una sedia o un telefono cellulare.  E' chiaro che il discorso e' paradossale, ma a me sembra che questo libero mercato sia fondamentalmente ipocrita quando si tratta di proteggere i marchi. Il mercato vuole essere libero, salvo chiedere aiuto alle leggi dello Stato per proteggere i propri marchi: se il consumatore non percepisce la differenza di qualita' tra la borsa di Louis Vitton "originale" e la borsa di Louis Vitton "falsa", perche' una dovrebbe essere considerata "vera" e l'altra "finta"? Se il libero mercato fosse veramente libero, il nome sotto il quale sono vendute le merci dovrebbe avere pochissima importanza, in quanto il consumatore dovrebbe poter essere in grado di valutare da solo la differenza di qualita' e prezzo tra due prodotti dallo stesso nome, e scegliere quello piu' conveniente. Ovviamente questa e' un'esagerazione, come pero' e' un'esagerazione quella di tutelare determinati marchi a prescindere, in pratica, dalla qualita' del prodotto, ma semplicemente in base ad astratti accordi commerciali: Tizio, produttore di scarpe in Vietnam, produce una scarpa da tennis; Caio, produttore di scarpe in Malesia, produce un'altra scarpa da tennis, identica; arriva Sempronio, famoso marchio di scarpe da tennis americano, e chiede a Tizio e Caio qual'e' il prezzo della scarpa: Tizio dice 1 dollaro, Caio dice 99 centesimi; Sempronio compra le scarpe da Caio e ci mette sopra il suo marchio; Sempronio vende le sue scarpe a 50 dollari il paio, Tizio le vende a 5 dollari. Le scarpe di Tizio sono diventate dei falsi.

18 ago 2011

Banche online in Italia

Nuovo capitolo nella mia esplorazione dell'e-business italiano: le banche. Dopo aver cercato di capire dove stanno i siti di gambling, mi sono messo dedicato a questo settore piu' "tradizionale", per capire chi gestisce i siti delle banche online italiane.


Per prima cosa mi serviva un elenco di banche che offrissero servizi di Internet Banking. Mi sono rivolto al sito dell'ABI, che permette di ricercare gli istituti aderenti in base a determinati criteri: ho scelto "Servizi ai privati - trading online". Ho ricevuto in risposta una lista che pero' si e' presto rivelata alquanto incompleta, per l'inspiegabile mancanza di diversi grossi nomi (IntesaSanpaolo, tanto per dirne uno). Ho quindi integrato tale elenco con un'altra lista sempre di fonte ABI. Ho ovviamente rimosso i doppioni, ho rimosso anche i siti irraggiungibili o dismessi (sarebbe carino se l'ABI rimuovesse dalle sue liste URL tipo www.donrizzo.it), e ho ottenuto una lista di 213 siti.


Non ho verificato che tutti offrissero servizi di home-banking. Ho assunto che tutti i servizi della banca fossero ospitati nello stesso datacenter del sito vetrina principale (quello cioe' incluso nella lista ABI). Ho quindi proceduto con i traceroute e l'analisi manuale dei risultati. I risultati non tengono conto delle banche collegate a Internet tramite piu' di un ISP, ma credo che l'approssimazione sia accettabile.


Forse non troppo sorprendentemente, il mercato dell'hosting dei servizi bancari e' risultato molto piu' frammentato di quello analogo per i siti di gambling: mentre piu' di meta' di questi ultimi risultavano ospitati da Telecom Italia, con le banche mamma Telecom si ferma al 19%, dato peraltro "dopato" dall'hosting quasi esclusivo delle decine di istituti che fanno riferimento al dominio *.bcc.it. Altro caso particolare e' il Cedecra, che ospita anch'esso decine di Banche di Credito Cooperativo, e totalizza l'11% del totale.
Anche tenendo conto della forte approssimazione dei risultati forniti dal traceroute e dalla mia analisi "a occhio", mi ha sorpreso rilevare che solo poche banche sembrano dotate di un datacenter di proprieta', gestito autonomamente: BPM, IntesaSanpaolo, MPS, eccetera: i soliti noti. Oltre a TI e Cedecra, i principali player del mercato sono I.Net / BT Italia (ex Albacom) e Fastweb. Altri trentasei operatori (anche piccolissimi) si dividono il resto del mercato.



Una manciata di siti risulta ospitata all'estero: UK, Lussemburgo, eccetera.

17 ago 2011

Come funzionano le cose

Ad Aprile scorso, qualcuno scopri' che l'iPhone conserva(va) un po' troppe informazioni sui suoi spostamenti.


Apple ha spiegato, Jobs s'e' scusato, la patch e' stata rilasciata, il lettore accorto ha notato che anche Google fa la stessa cosa.


Oggi, i mass media riportano che in Corea del Sud iniziano a fioccare i risarcimenti. E gli altri Paesi?

16 ago 2011

Cose di cui non si parla sui media italiani

Leggo questo articolo sull'IHT: "German cracks code protecting mobile data", dove si spiega (piu' o meno) quanto sia facile intercettare le sessioni dati effettuate su GSM e GPRS. Niente di clamoroso (nel senso che le ricerche a proposito sono ormai numerose), pero' sempre meglio di "Mamma e angelo della moda - ritorno in bikini per Miranda" come titola oggi Repubblica.it. E dire che la notizia riguarda anche l'Italia, sotto almeno un paio di aspetti interessanti: 1) mentre in Germania sono riusciti a intercettare e decifrare le sessioni, in Italia non ce n'e' nemmeno stato bisogno, visto che TIM e Wind non si prendono neanche la briga di cifrarle; 2) si potrebbe parlare un po' anche di "fuga di cervelli", ad esempio, visto che uno dei due ricercatori a cui viene attribuito l'annuncio arriva dall'Italia.


Una ricerca su Google per "nohl melette cifratura" in italiano ha fornito un solo risultato.Una ricerca nei feed rss dei blog italiani che tengo d'occhio (una ventina) ha dato zero risultati. Ma si sa che gli esperti di sicurezza sono tutti al mare. Altri link quiqui e qui.


edit: ne parla Punto Informatico.

15 ago 2011

America istruzioni per l'uso / 3

Mangiare fuori.
Ovviamente, per chi va in vacanza negli USA, mangiare fuori rischia di diventare la normalita', e dico "rischia" perche' se ovunque nel mondo e' difficile mangiare poco e/o leggero quando si va al ristorante, negli Stati Uniti e' un'impresa quasi impossibile.
Prima di tutto, alcuni chiarimenti su cosa non aspettarsi: non aspettatevi di "andiamo a fare due passi e ci fermiamo nel primo ristorante che ci ispira". Quasi ovunque, le aree residenziali e commerciali sono rigorosamente separate ed e' quindi necessario sapere in anticipo dove dirigersi: metropoli come New York o Los Angeles sono sconfinate, e anche in auto non ci si puo' permettere piu' di tanto di girare alla cieca. Per chi e' "on the road", la cosa e' piu' semplice, in quanto i "ristoranti" sono solitamente concentrati in una zona di periferia, spesso vicino agli hotel e ai distributori di benzina, giusto fuori dall'incrocio con l'autostrada di passaggio. I paesi lontani dalle strade a grande percorrenza hanno di solito un piccolo "downtown" (una via, un paio di isolati) dove sono concentrate le "attrazioni" del luogo in termini di vita mondana.
Una cosa di cui il turista italiano sicuramente fatica a convincersi e' che il 90% della ristorazione negli USA e' affidata alle catene, e non parlo solo di McDonald's o Burger King o Pizza Hut. Spesso e volentieri, anche quando ci illudiamo di aver trovato "un ristorantino particolare", scopriamo che questa fa parte di una piccola o grande catena. E' il tratto inconfondibile del capitalismo americano: apri un ristorante, hai successo, replichi la formula altrove, e ancora, e ancora. Dalla fonduta high-end del Melting Pot, ai posti alla buona come il Waffle House, fino al chiosco degli hot dog, dimenticatevi il pizzaiolo sotto casa e preparatevi piuttosto a un'esperienza che e' stata standardizzata, procedurizzata, per essere replicabile a Boston come a San Francisco; noterete anche come moltissime tra le catene piu' piccole offrano merchandising personalizzato: magliette, tazze e quant'altro. Tutto cio' non significa che A) non si possano trovare posti "unici", B) non ci sia un'ampia scelta, C) il cibo sia sgradevole.
Stuzzichino tranquillo: una tonnellata di cipolle in pastella fritte.


Va anche chiarito il concetto stesso dietro la parola "ristorante": il fatto che un locale sia classificato come "restaurant" non presuppone affatto, come da noi, che il servizio o il cibo siano di particolare qualita'; si riferisce semplicemente al fatto che il locale offre il servizio al tavolo, e a volte nemmeno quello. Purtroppo, e' spesso difficile farsi un'idea del livello del locale, data la tendenza a utilizzare vetrine oscurate o addirittura a nascondere i clienti in salette interne. Anche la categoria del locale non e' garanzia di alcunche': la Mexican Cantina potrebbe essere linda e tranquilla, e il French Bistro lercio e rumoroso, o viceversa.
Come ormai si sta diffondendo sempre di piu' anche da noi, nei locali che offrono servizio al tavolo negli USA vale la regola del "wait to be seated": appena entrati, solitamente c'e' un banchetto con una cameriera che gestisce le prenotazioni, l'eventuale attesa per trovare un tavolo, e vi accompagnera' al vostro posto. Se avete adocchiato un tavolo che preferite rispetto a quello che vi e' stato assegnato, non fatevi problemi a chiedere. Una volta seduti, arrivera' il vostro cameriere/cameriera, spesso un teenager, che si presentera' con grande spreco di sorrisi e smancerie e vi chiedera' se sapete gia' cosa volete da bere. L'americano medio si ingozza di bevande gassate e gelate, ma non c'e' nulla di male a chiedere "just water", ricordando che riceverete un bicchierone di acqua (poca) e ghiaccio (molto). Sia per l'acqua che per le bibite analcoliche, solitamente i refill ("rabbocchi") sono gratis. Tenete presente che non sempre gli alcolici sono disponibili. I "family restaurant" non prevedono nemmeno la birra, per non parlare del vino o superalcolici; date un'occhiata al menu'. Gli americani sono molto piu' rigidi di noi per quanto riguarda gli alcolici: ai minori di 21 anni non vengono serviti alcolici, e in generale non e' consueto come da noi bere alcool a pranzo. Date un'occhiata a cosa fanno gli altri avventori.
In generale, comunque, i camerieri USA sono sempre estremamente servizievoli e, a parte le mete piu' frequentate, sono specialmente comprensivi coi turisti. Ovviamente c'e' una ragione dietro a questo comportamento, e si chiama mance. Un altro concetto che noi europei fatichiamo ad accettare e' che lasciare la mancia, negli USA, e' praticamente obbligatorio. Ormai, la mancia standard si aggira tra il 15 e il 20% del totale del conto, per quanto incredibile possa ancora sembrarmi. Spesso i locali stessi provvedono a ricordarvi di questa incombenza, annotando sullo scontrino le percentuali "suggerite", con tutte le accortezze del caso, come ad esempio quella di richiedere una mancia minima in caso di gruppi numerosi. Le ricevute della carta di credito hanno sempre uno spazio dove aggiungere il tip. Anche nei locali col servizio al banco, una piccola mancia (uno o due dollari) e' solitamente attesa. Evito di dilungarmi in una dissertazione su quanto mi sembri assurdo un sistema del genere. Per una vivace discussione a proposito, si vedano i commenti relativi a questo articolo, dove tra l'altro si scopre che lo stipendio base di un cameriere negli USA varia tra i 2 e i 4 dollari l'ora. L'effetto principale sul consumatore e' comunque quello di rendere ulteriormente piu' opaco il prezzo finale che si va a pagare, in quanto va anche considerato che il prezzo segnato sui menu (e in tutti i negozi, in genere) e' sempre al netto delle tasse (un po' come se da noi i prezzi esposti fossero tutti IVA esclusa). Quindi, quando vedete il Country Brisket Plate a 5.99, ricordatevi di aggiungere mentalmente le tasse e la mancia, e vi accorgerete che in realta' vi costera' circa 8 dollari.
L'altra faccia della medaglia e' che le porzioni sono sempre piu' che abbondanti, sia per gli appetizers o starters (antipasti) che per le entree (portate principali), spesso associate a uno o piu' contorni a scelta. E' comune la possibilita' di farsi incartare gli avanzi in una "doggie bag" per portarli a casa. Per quanto vi sembri invitante un piatto, ricordate: le porzioni sono sempre abbondanti. Evitiamo di sprecare cibo e di ingozzarci inutilmente (queste, peraltro, due tipiche abitudini dei consumatori locali).


Il fatto che molte catene offrano piatti cosi' abbondanti a prezzi tutto sommato economici fa si' che la maggioranza della popolazione mangi spessissimo fuori casa o si rivolga ai take away. Personalmente vedo un chiarissimo nesso tra questo fatto e i preoccupanti tassi di obesita' negli Stati Uniti; poi ognuno faccia i propri conti. Oltre ad evitare le bevande gassate (mio personale consiglio), con un po' di accortezza e' comunque possibile evitare di eccedere coi cibi fritti, esaminando con accortezza i menu (evito di considerare seriamente le proposte "light" che ultimamente vanno di moda mentre secondo me sono solo una truffa) o rivolgendosi, dove possibile, a offerte gastronomiche "tipiche", come il cibo Messicano, le catene "southern" negli stati del Sud (come ad esempio il Cracker Barrel), o i ristoranti di pesce in New England, Florida, California, eccetera: non sara' mai come mangiare "tipico" qua da noi, ma almeno siamo un gradino sopra il fast food tipo  Wendy's, Denny's, Taco Bell, Dunkin' Donuts e compagnia bella. In generale, comunque, i sapori sono molto piu' decisi che da noi, e spesso i dolci tendono a essere eccessivi. Il mio consiglio in generale per quando ci si trova a mangiare all'estero e' questo: ordinate qualcosa che non conoscete o che sapete essere un piatto tipico. In questo modo ci saranno piu' probabilita' di avere piacevoli sorprese. E' inutile ordinare le melanzane alla parmigiana in Nebraska e poi lamentarsi che non erano come quelle della mamma. Visto poi che qui stiamo parlando degli USA e non dell'Estremo Oriente, non c'e' rischio che vi vengano serviti insetti, cani, gatti, ratti, serpenti o altre robe strane, quindi, semplicemente: assaggiate.


Una nota a parte va fatta circa i ristoranti italiani, che solitamente sono interessanti solo perche' offrono la possibilita' di farsi due risate vedendo le assurdita' presenti in menu'. Sono sicuro che presto o tardi gli americani riusciranno a convincerci a mangiare le Fettuccine Alfredo o gli spaghetti col pollo, ma nel frattempo cerchiamo di mantenere ben distinte la cucina italiana e la cucina italiana per gli americani. Salvo lodevoli eccezioni, i ristoranti italiani in America offrono improbabili sughi alla bolognaise, mostruose porzioni di spaghetti con meatballs (che nella mia ignoranza di padano ho scoperto in America essere un piatto relativamente comune nel nostro Meridione), e un generale, disgustoso, abuso dell'aglio. Nel 99% dei casi, ovviamente, "cucina italiana" corrisponde in realta' a "una versione bastarda della cucina meridionale". E' possibile trovare buone pizzerie, soprattutto nelle grandi citta' (sono rinomate le pizze stile "New York" o "Chicago"); i forni a legna sono rari; spesso una buona pasta e' rovinata da ingredienti sballati, principalmente il sugo di pomodoro che tende spesso a ricordare piu' il ketchup che la passata.


Altra nota per il turista italiano piu' distratto e' naturalmente il caffe'. Se volete un caffe' come "da noi", provate a ordinare un espresso, se vedete all'orizzonte una macchina da caffe'. Altrimenti, non fate gli schizzinosi e ordinate una tazza di coffee (anche qui solitamente i refill sono gratis): e' chiaro che se uno lo confronta a un espresso, il gusto non e' per niente lo stesso. L'italiano in America, in partenza per l'America, o al ritorno dall'America si distingue nel 90% dei casi per le sue continue esclamazioni circa il fatto che gli americani "non sanno fare il caffe'" e "m'e' toccato bere quella roba annacquata" eccetera eccetera. Mettetevi invece in mente che il caffe' che si beve in America (e peraltro in tutti paesi anglosassoni, dell'Europa del Nord e in moltissime altre parti del mondo) e' una cosa diversa dal nostro espresso. Tanto quanto lo e' il caffe' alla napoletana o il caffe' turco. All'origine c'e' sempre il caffe', ma sono bevande diverse. Capito? Quindi basta lamentarsi. Se non sono gia' sul tavolo, zucchero e latte vanno richiesti espressamente. Evitare di chiedere cagate all'italiana tipo "cappuccino d'orzo al vetro macchiato tiepido": sarebbe come chiedere a un nostro barista di preparare l'anatra alla pechinese. Il discorso e' diverso, naturalmente, per gli Starbucks e le caffetterie piu' o meno simili, dove solitamente le scelte disponibili sono ben descritte su grandi lavagne appese sopra il bancone.


Un'altra cosa di cui tenere conto e' che gli americani hanno un concetto di pulizia, igiene e soprattutto "presentazione" un bel po' differente dal nostro. Le tovaglie sono rarissime, come anche i tovaglioli di tessuto. Solitamente le posate arrivano in bustine di carta "tipo mensa". I tavoli vengono puliti dopo ogni cliente con dosi industriali di spray detergenti e qualche energica passata di straccio, col frequente risultato di sensazione appiccicaticcia. Consiglio ai piu' schizzinosi di non prestare molta attenzione a cosa fa il ragazzotto addetto alla pulizia dei tavoli con l'unico straccio di cui solitamente e' dotato. Poi mi stupisce sempre vedere le incredibili trasformazioni di persone che qua in Italia si rifiutano di entrare in un ristorante perche' il padrone una volta ha accarezzato un cane e poi in vacanza vanno a mangiare in topaie con gli scarafaggi morti in giro e le macchie di umidita' sul soffitto solo perche' sono a New York e si sentono chissa' che. E' sempre molto istruttivo entrare in un albergo o ristorante americano e dare uno sguardo ai muri (storti), ai vetri (opachi), ai soffitti (sbilenchi) che vi sorprenderanno anche nei locali piu' insospettabili.
Tipico allestimento del tavolo di un ristorante di fascia medio-alta


Ultima considerazione: gli orari. Per riassumerla in due parole, negli USA si mangia come da noi i pensionati. La gran parte degli uffici chiude alle 5 e spesso fa orario continuato, il che significa che verso quell'ora e' gia' possibile trovare gente a cena. Ho visto ristoranti annunciare sconti "early bird" a cena alle 16.30, o addirittura alle 16. Le 6 di pomeriggio sono un orario perfettamente accettabile per andare a cena, le 7 sono gia' considerate "serata", e dalle 8 in poi e' ufficialmente tardi. Cercare cena dopo le 9 puo' rivelarsi un'impresa molto difficile. Per noi turisti, fortunatamente tutto cio' funziona perfettamente bene in quanto solitamente il jet lag significa svegliarsi felicemente alle 5 di mattina per almeno una settimana. Le maggiori catene, comunque, offrono i loro piatti praticamente in continuazione, e come potrete immaginare negli USA nessuno vi fara' mai battute cretine se avrete voglia di cappuccino a mezzogiorno o di uova, bacon e pancakes alle tre di pomeriggio.

2 ago 2011

America istruzioni per l'uso / 2

Prima di tutto ancora due parole sulle strade.
Un'avvertenza utile per chi sta pianificando un viaggio negli USA, al momento di decidere quali distanze percorrere giornalmente, e' quello di considerare non tanto la stanchezza da guida, quanto, forse la noia: rispetto ai nostri standard, le strade americane molto ampie (tranne ovviamente se ci si inoltra in un parco naturale o simili), poco trafficate e scorrevoli. Quasi tutte le highway hanno una fascia verde ai lati, con alberi ad alto fusto che vi daranno l'impressione di viaggiare in mezzo alla foresta anche se in realta' sono una striscia abbastanza sottile (a meno che non siate in posti sfigati tipo Nebraska o Kansas, dove invece intorno c'e'... il nulla). Attenzione agli animali selvatici: solitamente non ci sono guard rail ai lati della strada. Quattro-cinquecento chilometri in Italia possono traformarsi in un'odissea, mentre negli USA sono un trasferimento giornaliero fattibilissimo. Occhio ovviamente a non esagerare: c'avranno anche fatto un sacco di film, ma passare tutta la vacanza on the road non e' proprio il massimo. Vale anche la pena notare che mediamente le strade sono molto meno illuminate rispetto alle equivalenti in Italia.

Vediamo invece la puntata numero due vera e propria: il cibo.
Al supermercato.
Io trovo che spesso gli italiani abbiano comportamenti schizofrenici riguardo il cibo: da un lato vanno in Patagonia e si lamentano se il pastore patagoniese non sa fare la pizza capricciosa come Gennarino sotto casa, e nello stesso tempo si abbandonano al junk food piu' terribile una volta lasciati allo stato brado (consueta immagine dell'italiano al supermercato all'estero col carrello pieno di patatine). Chiariamo due cose molto semplici: 1) gli USA sono la patria del junk food; 2) se uno vuole, e' possibile trovare facilmente (quasi) tutto cio' che occorre per mangiare come a casa. La pasta si trova. la pummarola si trova. i sughetti si trovano. la verdura e la frutta si trovano. Non fate storie. Cio' in cui sono generalmente carenti i supermarket americani sono fondamentalmente i formaggi (a parte le eccezioni, solitamente il banco formaggi si riduce a scegliere tra cheddar giallo e cheddar arancione) e gli affettati e salumi (che in pratica non esistono). Nella maggior parte dei casi, i supermarket sembrano un po' piu' tristini dei nostri, e se in effetti la media e' bassina (interi corridoi dedicati a vitamine e integratori alimentari e manco un biscotto decente per fare colazione), esistono comunque alcune catene che reggono il confronto. Oltre ai supermarket veri e propri, esistono anche varie catene o grocery store isolati dove procurarsi bevande e cibo in scatola, come ad esempio i CVS, che nonostante vadano ancora sotto il nome di pharmacy, sono in sostanza una variante del negozio "alimentari e di tutto un po'" che si usava una volta da noi, prima che i centri commerciali li cancellassero quasi completamente.
Nei supermarket americani le bevande vengono vendute solitamente fredde, per assecondare il gusto a me incomprensibile di bere tutto gelato o sepolto nel ghiaccio (che viene peraltro venduto a sacchi all'interno del market o tramite apposite macchine all'esterno). Cio' che puo' causare qualche problemino di approvvigionamento sono l'acqua e il latte, che vengono spesso venduti in confezioni enormi, scomode da trasportare e difficili da consumare velocemente se non si e' la Famiglia Bradford. Solitamente, indagando a fondo, e' possibile trovare un angolino dove vengono vendute bottiglie di dimensioni umane. Alla faccia di tutte le preoccupazioni ambientaliste che ci facciamo noi, alla cassa del supermarket americano verrete sepolti di sacchetti di plastica: spesso un addetto apposito e' incaricato di impacchettarvi la spesa, con risultati spesso deliranti tipo ritrovarsi una borsa con dentro solo una bottiglia o due scatolette. In alcuni casi, al posto della tonnellata di plastica, vi verra' dato un ecologico ma scomodissimo sacchetto di carta. Onde evitare di maneggiare le lercissime banconote americane e ritrovarsi il portafoglio ingolfato di cartaccia da un dollaro (rimane per me un mistero come faccia un popolo ad avere tutti i tagli di banconote uguali per dimensione e colore) e le tasche piene di altrettanto lerce monetine, e' consigliabile usare la carta di credito: in quasi tutti i supermercati e' possibile strisciarla da soli nella macchinetta che c'e' alla cassa, sulla quale spesso e' possibile anche firmare tramite uno stilo (che produrra' immancabilmente uno sgorbio illeggibile, ma tanto si sa che la firma non serve a un tubo).

Mmmh mi sa che sui "ristoranti" mi dilunghero' nella prossima puntata.