01 nov 2012

Errori grammaticali

Noto giornalmente con crescente sconforto che la confusione regna sovrana quando si tratta di utilizzare accenti e apostrofi, sia in italiano che in inglese. Altro andazzo che mi causa particolare dolore è l'abuso della "d" eufonica, e quindi iniziamo da questo, che si chiarisce molto velocemente: salvo rare eccezioni, la d eufonica si usa solo tra due vocali uguali. Capito? Si dice quindi "sono andato ad Arenzano", mentre non si dice "ti invito ad un viaggio". OK? Facile, no? "Sì d'accordo ma come facciamo con le eccezioni?" Facile anche qui: se cercando di pronunciare la frase senza "d" vi si intreccia la lingua, allora la "d" ci vuole. L'intrecciamento della lingua è un fenomeno molto raro, quindi capite che la "d" è raramente necessaria. Oppure se siete dei cantautori e dovete fare "suonar bene" la frase, tipo Guccini con "L'albero ed io".

Passiamo ora ad accenti e apostrofi (notare la "d"). Regola facile facile per gli accenti: i monosillabi, salvo eccezioni, non hanno l'accento. Ovviamente perché essendo monosillabi c'è una sola sillaba dove mettere l'accento, quindi risparmiamo inchiostro e bit e non mettiamolo. Quindi, non si scrive "quì" o "quà". Notate, tra l'altro, che se scrivete "quì" con l'accento un sacco di software ve lo sottolineano in rosso? Ecco, vi svelo un segreto: la sottolineatura rossa non è un elemento decorativo, ma si tratta invece del PC che cerca di farvi gentilmente notare che è un errore. Recentemente noto una tendenza a una specie di ipercorrezione: gente che smette del tutto di usare l'accento o, diabolicamente, lo usa, invariabilmente, sempre al contrario: e allora abbondano i "si" e i "ne" senza accento dove invece ci vorrebbe. Sì, perché ci sono dei monosillabi che vogliono l'accento! E quali sono? quelli per i quali c'è rischio di confondersi, quindi si scrive l'accento per distinguerli: , si fa proprio così. Non ne posso più degli accenti di troppo degli apostrofi mancati.  "Non c'è pane focaccia, non ce ne sono, non ce n'è più.". Eh, dai, per favore, è una cosa che mi dà il voltastomaco. Ti dò uno schiaffo. Devo dirti una cosa, sì, dì pure. La distanza che c'è tra mi e la e come quella che c'è tra qui e . Un po', con l'apostrofo, siccome sarebbe "un poco". Le elementari le abbiamo fatte tutti, insomma.

Prima di passare all'inglese, un'altra cosina che mi causa giramenti di testa e cadute di pressione è l'uso della virgola tra il soggetto e il verbo. Non si fa, e basta. "Marco, è andato a prendere il pane". NO, SANTO CIELO! Ma capisco che qui entriamo in territori da accademia della crusca... "soggetto"? "predicato verbale"?? ma cos'è? arabo? OK, lasciamo stare.

E ora passiamo all'inglese, anche se qui la cosa si fa più complessa, a causa del fatto che -a mio modestissimo parere- l'inglese è una lingua che è lungi dall'essere "stabile" e che ha quindi davanti a se ancora secoli di evoluzioni e rivoluzioni, ma lasciamo stare che altrimenti mi dilungo. Dicevo: regna sovrana la confusione anche tra i madrelingua inglesi, che ormai hanno stabilmente invertito its ("il suo di esso") con it's ("it is", "esso è"). Sorte simile è toccata a your e you're, where e were, there, their e they're. Voi che l'inglese lo sapete sarete costantemente confusi, voi che non lo sapete lo imparerete male.  Non ci resta che piangere.

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