11 apr 2013

Social networking, you're doing it wrong

Intanto bisognerebbe fare chiarezza: "social network", per come la vedo io, significa un luogo Internet dove è possibile il confronto e la discussione, a vari livelli, tra chi pubblica contenuti e chi li legge. I mezzi tecnologici oggi a disposizione permettono livelli di interazione quasi equivalenti (e in certi aspetti, persino superiori) alle conversazioni faccia a faccia, e per questa ragione mi sembra un peccato che, quando si parla di social network, il 90% delle persone pensano al solo Facebook.
Facebook è un mondo molto limitato per quanto riguarda le interazioni personali; io pubblico la mia foto e tu la commenti: questo è pressapoco il top dell'interazione fornita dal sito (oltre alla chat, che fanno un po' mondo a parte). Il meccanismo dei "like" e dei commenti (limiti di dimensione, mancanza di threading) non permette discussioni articolate, e l'effetto che ne deriva è quello ridurre tutti i post, fondamentalmente, a una di queste due categorie: le "pubblicità" (dove l'elemento "social" praticamente scompare: ad es. io vi annuncio che domani suono con la mia band al bar pincopallino, e non necessito commenti a proposito) e gli "annunci" (ad es. i post che declamano grandi verità esistenziali o piccoli avvenimenti quotidiani, o che riportano notizie, e che richiedono al massimo una basilare affermazione di accordo -il "like" o un commento che sostiene la tesi e rincara la dose- o disaccordo -un commento solitamente acido che afferma semplicemente che la tesi iniziale è falsa). In ogni caso, non è possibile una discussione approfondita nel merito, perché questa richiederebbe un grande sforzo da parte di chi scrive nel mantenere la conversazione 1) leggibile e 2) civile, sforzo che la piattaforma non facilita e che  anche nel migliore dei casi può essere vanificato molto facilmente. Il tutto funziona in questo modo ad ogni livello: io posto la foto del piatto di spaghetti che sto per mangiare e ci scrivo sotto "che buono!", un paio di amici ci scrivono sotto "gnam gnam!", poi arriva uno che scrive "non capite niente gli spaghetti fanno schifo sono meglio gli gnocchi", poi arriva un altro che dice "ma che ci frega di quello che stai mangiando, ma non hai niente di meglio da fare?" e da lì in poi è bagarre. Più gli argomenti sono seri e impegnativi, poi, maggiore è la probabilità che la "conversazione" degeneri rapidamente: politica, scienza, religione, tifo sportivo, eccetera.
Twitter, poi, nonostante lo si continui a menzionare tra i "social network", è ovviamente anche peggio. Sono stati costruiti dei meccanismi di "risposta", "conversazione", "argomento", o "messaggio diretto", ma fondamentalmente rimane un meccanismo a senso unico, dove uno fa un annuncio e tutti gli altri leggono, o al massimo aggiungono i loro pochi byte al topic in questione.
Da un punto di vista "social", quindi, sono molto meglio i forum web o le mailing list: le conversazioni possono essere ordinate, i thread separati, i troll esclusi, e per postare contenuti multimediali non c'è che l'imbarazzo della scelta.

Il problema è che in molti si sono gettati sul "social" inteso "alla facebook", causando grande frustrazione negli utenti come me che vedono nei social network la possibilità di avere interazioni con persone o entità (mass media, grandi aziende) che altrimenti sarebbero irraggiungibili. Per quale ragione il giornale X permette di aggiungere commenti ai suoi articoli se nessuno nella redazione li legge e risponde alle eventuali domande od osservazioni? Ovviamente, comportandosi in questa maniera, le possibili conversazioni e interazioni si trasformano immediatamente nelle sequenze di grugniti ed esclamazioni virtuali descritte sopra. La domanda è retorica: sappiamo bene che le componenti "social" non interessano per la loro possibilità di fornire interazione col pubblico, ma sono viste semplicemente come un mezzo per incrementare le visite al sito in questione (più la gente condivide il link su facebook, più l'articolo sarà letto) e incrementare di conseguenza gli introiti pubblicitari, che sono l'unica cosa che conta per il 99% dei siti web di informazione.
Un esempio: sabato scorso ho scritto un breve messaggio sul wall di una rivista segnalando un'imprecisione in una didascalia, e guarda caso ho anche scritto un commento a un articolo chiedendo chiarimenti su un passo dello stesso. Non avendo ricevuto alcun feedback, ed essendomi ricordato che in passato la reazione era stata la stessa, domenica ho mandato un messaggio direttamente all'account facebook in questione, mostrandomi un po' scocciato. Il metodo solitamente funziona, e si ottiene risposta con velocità proporzionale al livello di irritazione comunicato nel messaggio: l'arte sta nel farsi vedere incazzati quel po' che basta a scatenare una risposta senza scadere negli insulti che garantiscono sì risposta immediata, risposta però che contiene solo altri insulti e chiude la discussione. Siccome sono stato mediamente educato, al mio messaggio di domenica ho ricevuto risposta giovedì. Mi hanno risposto al messaggio, sono andati a ripescare il mio post e hanno aggiunto due righe di commento (il classico "sì hai ragione la prossima volta staremo più attenti"); gli ho quindi risposto immediatamente che già che ci siamo perché non mi rispondete anche all'altra richiesta? ovviamente, nessuna risposta. Ecco: non si fa così. Rispondendomi così avete semplicemente confermato il mio argomento iniziale: non siete "social" per niente. Avete un posto nuovo dove far pubblicità ai vostri articoli, tutto qui. Per carità, eh: niente di male. Non è mica obbligatorio essere "social". Il fatto è, però, che uno come me quando vede un account facebook o twitter si fa delle idee e si crea delle aspettative. In Italia, queste aspettative sono sempre deluse.

Ora, il brutto è che tanta gente va in rete con lo stesso atteggiamento. Io credo che i social network siano un grande strumento per condividere cose, fatti, opinioni. "Condividere" non vuole però dire che "io ti dico questa cosa e tu ne prendi atto", ma significa che io ti comunico una cosa utile, o piacevole, o triste, o interessante, o strana, e tu ne ricavi conoscenza ed emozioni, ti arricchisci e hai la possibilità di arricchire anche me aggiungendo la tua esperienza a proposito. Con questo non voglio dire che non si debba postare la foto del piatto di spaghetti su facebook, come qualcuno tra i più acidi sostiene; voglio dire che i contenuti vanno condivisi con la predisposizione al confronto e al dialogo, non con l'atteggiamento di chi fa pubblicità al detersivo che lava più bianco o di chi si affaccia al balcone a declamare la verità rivelata.
Quindi, siccome col suo meccanismo dei commenti facebook un po' di interazione la sollecita, ho fatto un po' di pulizia, rimuovendo un po' di contatti. Gente che non conosco di persona e che non posta nulla di interessante; gente che si fà solo pubblicità; gente che conosco di persona ma che non è capace di sostenere un confronto civile; mass media, aziende ed altri che non interagiscono e che sono troppo invadenti o poco interessanti per essere sopportabili. Come dicevo, la cosa che mi incuriosisce e infastidisce un po' è il fenomeno delle persone che vogliono diventarti "amici" su facebook senza nemmeno avere idea delle tue opinioni riguardo a nulla. Solo perché siamo collegati da un flebile legame (ad es. ci piace lo stesso cantante XY), non è detto che dobbiamo condividere altro: se vuoi condividere qualcosa con degli sconosciuti, devi essere pronto ad accettare che qualcuno di questi la pensi in maniera opposta alla tua. Mentre invece ciò che accade è che io posto la mia tesi A, tu controbatti con la tesi B opposto di A, io ti dico che non capisci un tubo, tu mi dici che non capisco un tubo io, ci prendiamo a cornate e nessuno ci ha guadagnato nulla. Personalmente, se questa è la possibilità di interazione disponibile, preferisco non parlare con nessuno.

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