Dec 29, 2014

Rassegna link delle feste / 1

Complici le feste natalizie, ho dato una ripassata ai miei feed RSS, e mi sono segnato gli articoli che mi hanno più incuriosito.

Internet, tecnologia e security

Un'affascinante indagine nel blog di Facebook a proposito di un problema metastabile, che inizialmente pensavo essere tutt'altro ma che si è rivelata molto interessante. "The queries that go over a congested link will lose the race reliably, even if only by a few milliseconds. That loss makes them the most recently used when they are put back in the pool. The effect is that during a query burst we stack the deck against ourselves, putting all of the congested connections at the top of the deck."

Il Microsoft Garage è dove vengono sviluppate le nuove app.

Mi affascinano le persone opinionated: "The overeager adoption of big data is likely to result in catastrophes of analysis comparable to a national epidemic of collapsing bridges. Hardware designers creating chips based on the human brain are engaged in a faith-based undertaking likely to prove a fool’s errand." The Delusions Of Big Data: "for any particular database, I will find some combination of columns that will predict perfectly any outcome, just by chance alone. If I just look at all the people who have a heart attack and compare them to all the people that don’t have a heart attack, and I’m looking for combinations of the columns that predict heart attacks, I will find all kinds of spurious combinations of columns, because there are huge numbers of them." E altre parole sante su Singularity, P=NP, eccetera.

Ci sono interessanti discussioni ultimamente sull'incremento del traffico cifrato sul web (HTTPS) e sulle implicazioni di tale cifratura end-to-end. Se facciamo un passo indietro, però, c'è questa presentazione intitolata "Making sure crypto stays insecure" che, nonostante sia di non facile lettura visto che si tratta di nient'altro che le slide usate per la discussione, dice cose molto interessanti e disegna uno scenario inquietante. Giusto un esempio: "Fact: By 1996, a few years after the introduction of MD5, Preneel and Dobbertin were calling for MD5 to be scrapped. - We managed to keep MD5. How?"

Questo sondaggio sulla sicurezza del routing, che si chiuderà il 9/1/15, cerca di identificare "issues and problems with IRR-based filtering and RPKI from the operational community's point of view". Siccome considero RPKI una follia, attenderò con ansia i risultati.

L'articolo più terrificante che io abbia letto recentemente: "imagine being able to generate images indistinguishable from real objects and then being able to place those images seamlessly into the real world."

Lavoro

Questo post dal blog di Spotify dice parole sante circa le possibilità di carriera degli "ingegneri", intesi come impiegati a mansioni tecniche nel campo dell'informatica. Descrive perché la maggior parte dei "percorsi di carriera" (per chi è così fortunato da averne uno davanti a sé) falliscono, e cosa cerca invece la gente: 
"Compensation:  The ability to be rewarded for our efforts
Autonomy: The ability to exert control over our work
Mastery:  Developing a deeper understanding of our craft and continuously improve
Recognition: The recognition that we are adding value to the company."

Questo post proveniente da Primeloop parla di come sia stata "abolito" l'uso dell'email in tale azienda. Francamente mi sembra una misura draconiana che ha causato l'esplosione del numero di software e sistemi che gli impiegati dovranno utilizzare: ognuno di essi farà sicuramente il suo compito meglio dell'email, ma io penso che un sistema di email in-house fatto come si deve abbia dei pregi non trascurabili in quanto a semplicità e riservatezza. A questo proposito, l'articolo cita il software trello, che a quanto pare è un gestore di "to do list" con funzionalità aggiuntive: proprio ciò che mi servirebbe. Peccato che l'invito a "sign up" mi dissuada immediatamente: ormai i software sono stati sostituiti da servizi "cloud", e la cosa mi piace sempre meno, per ragioni di privacy e affidabilità. Vale sempre la pena di ricordare che quando la merce che state acquistando è gratis, vuol dire che la merce siete voi.


Varie

Il meraviglioso mondo delle visualizzazioni: dalle funi annodate dei peruviani del 2600 Avanti Cristo alle stampanti 3D.

Questo link fornisce in download gratuito la guida (in inglese) per un debunking di successo. Il debunking è quella cosa che quando incontri uno che parla delle scie chimiche non lo ammazzi a sprangate ma cerchi di spiegargli come stanno le cose veramente.

Questo emoji tracker promette di mostrare in tempo reale l'utilizzo degli emoji su Twitter, ma a me ha crashato Chrome, Sophos e l'accesso a Internet di OSX.


Io Chrome lo odio.

"The personal blog is an important, under-respected art form". Is it?

Dec 17, 2014

Solo perché si può

Oggi ho letto questo articolo che condivido in toto. Dice, riassumendo estremamente, che si stava meglio quando si stava peggio, cioè quando non c'era Internet e non si poteva, come oggi, ascoltare tonnellate di musica da ogni parte del mondo con un semplice click. Si stava meglio perché "l'industria discografica creava i dischi di successo e creava le star, perché era gente che ne capiva qualcosa", mentre oggi "Internet permette a chiunque con un computer, un kazoo e una chitarra scordata di inondare il mercato, non importa quanto orribile o semplicemente non pronta quella musica fosse".
Ovviamente, messa così, sembra la solita lamentela para-luddista, ma ovviamente stiamo facendo una semplificazione, ed è meglio leggersi tutto l'articolo.
Però tutti dovrebbero riflettere un pochino almeno sulla conclusione: "Non dissuaderei mai alcun musicista, per quanto in erba, dal fare musica. Ma lo scoraggerei fortemente la gran parte di essi dal pubblicare musica solo perché si può fare. Sembra uno schiaffo alla faccia di quelli realmente dotati di talento e meritevoli, tutto solo grazie a un tecnicismo chiamato Internet". Ecco, la morale mi sembra molto chiara e condivisibile, e andrebbe naturalmente applicata a tutto il materiale reso pubblico tramite Internet: solo perché si può, non vuol dire che si debba. Si può pubblicare il proprio romanzo, si può scrivere il proprio blog, si possono scattare le proprie foto, ma non è mica obbligatorio buttarle in faccia a tutto il mondo, pretendendo di finire nello stesso mazzo degli scrittori, dei giornalisti, dei fotografi.

Internet, e soprattutto i sedicenti social network, mi ricorda sempre l'assemblea di condominio: quel posto dove ogni cretino, siccome ha diritto di partecipare, si sente in dovere di esprimere la propria opinione su tutto lo scibile, che ne abbia titolo o meno.

Dec 10, 2014

Perché non leggo i quotidiani italiani

La ragione è semplice: perché chi ci scrive non sa l’italiano. Perché, tralasciando la deprimente pochezza dei contenuti, la forma è incomprensibile: punteggiatura usata a casaccio, errori e strafalcioni in abbondanza, apostrofi, “d” eufoniche e virgolette usati a sproposito, orrendi inglesismi, incapacità di utilizzare il registro opportuno a seconda dell’argomento trattato, abuso di espressioni della lingua parlata, abuso del burocratese, abuso di semplificazioni e tormentoni, nessuna attenzione alla presenza di ripetizioni e ridicole assonanze, e in generale una prosa involuta e ostica alla lettura.
Per queste ragioni, mi rivolgo quasi esclusivamente ai mass media di lingua inglese.
Oggi, salendo sull’aereo, ho preso La Repubblica e Il Sole 24 Ore, che ovviamente mi hanno dato esempi di quanto sopra in abbondanza. Il primo articolo di Repubblica, a pagina 2, inizia così: “Alfa e Omega. L’inizio e la fine. Qui, sotto il Partenone, è nata.” Chi? chi è nata?? Ora non pretendo di trovare le 5 W (who, what, where, when, why) nel primo paragrafo dell’articolo (anzi, cioè, lo pretenderei da un giornalista serio, ma lasciamo perdere…), però almeno il soggetto della frase, quallo sì, lo voglio! La situazione si chiarisce leggermente continuando la penosa lettura: “Assieme al pensiero occidentale e al concetto stesso di democrazia” -non ci siamo ancora, ma si sta avvicinando- “E qui l’Europa” -ah! eccola finalmente!- “rischia adesso di celebrare il suo funerale.” E ci risiamo: il “suo” funerale? “suo” di chi? chi è morto? Ah, sempre l’Europa, ecco chi!
Allora io adesso spero che il signor Ettore Livini, inviato di Repubblica ad Atene, capiti per caso su questo post, così da potersi fare un esame di coscienza e di sintassi. Signor Livini, mi consenta: “L’Europa è nata qui, sotto il Partenone, assieme al pensiero occidentale e al concetto stesso di democrazia. E qui ora rischia di veder celebrato il proprio funerale.” Perché tra l’altro, se uno è morto, il suo funerale lo celebrano gli altri, non lui stesso.
Passato il nervoso per la rocambolesca prosa del Signor Livini, ho scorso velocemente il pesantissimo quotidiano fino alla pagina con L’Amaca di Michele Serra (un’oasi di contenuti e forma impeccabili) e poi ho chiuso il giornale.
Col Sole sono saltato velocemente alla penultima pagina, dove, guarda caso, si piange il tracollo delle vendite dei quotidiani e degli introiti pubblicitari, ovviamente senza minimamente domandarsi la ragione di tale fenomeno. L’occhio non ha potuto fare a meno di posarsi disgraziatamente su alcuni periodi a caso nelle prime pagine; prima pagina: punteggiatura a casaccio: “La Grecia torna a far paura ai mercati, con la sua incertezza politica”. Perché? perché questa virgola? Pagina tre, il titolo: “Atene crolla dell’12,8%”. Dell’uno? dell’undici? dell’uno-due-virgola-otto? Anche qui non pretendo (si fa per dire) che il secondo quotidiano italiano per tiratura assuma dei correttori di bozze per rivedere i contenuti degli articoli (per non parlare dei fact-checker!), ma prima di andare in stampa almeno un’occhiata ai titoli bisogna darla! Senza contare che un obbrobrio come “dell’12,8%” te lo segnala come errore qualsiasi word processor.

Quindi, cari i miei quotidiani italiani che piangete sul crollo delle vendite, potete sicuramente continuare a insistere con la strategia adottata finora, cioè di trattare temi irrilevanti (“cos’ha detto ieri Renzi”, “chi ha ammazzato il povero bimbo xyz”) con testi sgrammaticati e cercando di infarcire sempre più il giornale di pubblicità più o meno mascherate. Oppure -ma è una folle idea di uno come me che evidentemente non ne capisce niente- per ottenere risultati opposti a quelli ottenuti finora potreste tentare la strategia opposta: poca pubblicità e argomenti rilevanti scritti in maniera chiara da professionisti preparati.


Nov 30, 2014

Milano è così


La settimana scorsa sono andato a Milano per lavoro un paio di volte alla mattina presto, prima dell'alba. E mi sono venute in mente, come sempre, due canzoni.
La prima, naturalmente, è Sonnambulismo di Enrico Ruggeri. Cantata dai dimenticabili Canton nel lontano 1984 (quando Ruggeri aveva talmente tante belle canzoni in repertorio da potersi permettere di affidarle a cause perse come i suddetti o come Diana Est), sono particolarmente affezionato a questa canzone perché mi ricorda, chissà come, i miei primi incontri con Milano, anche se io non sono mai stato nè sonnambulo nè nottambulo. 
Guardo sorridendo 
le vetrine e le reclame
e percorro zigzagando 
le corsie dei tram; 
mi metto a indovinare 
il sole dove sorgerà,
c'è tanto tempo per pensare, 
quanta libertà. 



Nonostante Ruggeri abbia poi inciso la sua versione, sommergendola delle solite schitarrate di Schiavone, io penso che "l'originale" un po' synth-pop interpretata da quei tre depechemodedeipoveri rimanga superiore.



L'altra canzone è sicuramente meno nota, ma secondo me merita altrettanto. Qualche influenza ruggeriana c'è e si sente, ma questa di Francesco D'Acri è una piccola gemma.




Francesco ha anche un disco, che si trova qui ormai da un bel po' di tempo, dove, caso raro al giorno d'oggi, non si scimmiotta nessuno cercando di avere qualche tipo di "successo" facendosi inquadrare in qualche genere arcinoto o peggio presentandosi come clone di questo o quell'altro fenomeno pop anglosassone, ma si fa onesta e originale musica italiana, nella migliore delle accezioni possibili, cioè portando con sé un bagaglio di musiche inevitabilmente ascoltate e suonate negli anni, ma interpretate, direi con sincerità, nella propria lingua. Francesco di disco ne ha anche un altro, di cover, che doveva/dovrebbe/è uscito ma ho perso un po' per strada... va beh sono sbadato.

Comunque, tornando a bomba,
Milano è così
grigia speranza dentro a un raggio di sole
Milano è così
chi s'accontenta muore

Che Milano è in pianura
io non ci credo più
ha montagne alte da scalare
invisibili

Nov 29, 2014

iamme iamme

Espresseria pizza bar UE', Atene.




Bonus, 10 metri più avanti: Barbagrillos.


A momenti dimenticavo la Locanda Ottimo, a Belgrado:

Nov 25, 2014

Il meraviglioso mondo dei metalli

Quando tempo fa lessi "Storia delle terre e dei luoghi leggendari" di Umberto Eco, che per l'autore corrisponde a poco più dello sforzo che facevamo noi da piccoli nel ritagliare e incollare le figurine dai "libri delle ricerche" per comporre qualche temino da consegnare a scuola, ebbi la netta sensazione di aver già letto non solo la recensione di questo libro, ma anche la descrizione della sua genesi.
La cosa bella, Eco being Eco, è che la storia di "Storia" l'aveva scritta lo stesso Eco, nel suo "Il pendolo di Foucault", quando il protagonista, Casaubon, si ritrova impiegato alla casa editrice Garamond, destinato al non più nobile dei compiti: "Un'azienda siderurgica ci ha commissionato un libro sui metalli. Qualcosa narrato più che altro per immagini. Sul popolare, ma serio. Capisce il genere: i metalli nella storia dell'umanità, dall'età del ferro alle leghe per astronavi. Abbiamo bisogno di qualcuno che giri per le biblioteche e gli archivi per trovare belle immagini, vecchie miniature, incisioni da libri ottocenteschi, che so, sulla fusione o sul parafulmine."
"Questa storia dei metalli deve diventare splendida, dirò di più, bellissima. Popolare, accessibile, ma scientifica. Deve colpire la fantasia del lettore, ma scientificamente. [...] deve trovarmi l'immagine, l'affresco, l'olio, quel che sia. Dell'epoca. E poi lo sbattiamo a piena pagina, a colori. [...] Come abbiamo deciso di intitolare il libro, Belbo?" "Pensavamo a una cosa seria, come I metalli e la cultura materiale." "E seria dev'essere. Ma con quel richiamo in più, con quel nulla che dice tutto, vediamo... Ecco, Storia universale dei metalli. Ci sono anche i cinesi?" "Ci sono sì." "E allora universale. Non è un trucco pubblicitario, è la verità. Anzi, La meravigliosa avventura dei metalli."
"Non vorrei esagerare. Questa è la meravigliosa avventura dei metalli. Le bizzarrie stanno bene solo quando cadono a proposito." "La meravigliosa avventura dei metalli deve essere soprattutto la storia dei suoi errori. Si mette la bella bizzarria e poi nella didascalia si dice che è falsa. Intanto c'è, e il lettore si appassiona, perché vede che anche i grandi uomini sragionavano come lui."

Nov 6, 2014

Accesso a Internet in Italia

Cosa ne direste se ci fosse un'autostrada sulla quale non potete percorrere più di 100 Km al mese? Ridicolo, vero? Pensate un po' se poi questa autostrada avesse solo due corsie: una dove, se l'asfalto è in buone condizioni, si va al massimo ai 100 all'ora e un'altra dove, pagando, si può andare fino ai 150. Ovviamente se il traffico lo permette, e senza poter superare, visto che ci sono solo due corsie. Demenziale!
Ecco, questo è come funzionano le connessioni Internet su rete mobile in Italia.
Qui sopra, alcune delle offerte Vodafone; gli altri operatori sono comunque analoghi.
Questo tipo di proposta è ridicola sotto diversi aspetti: in primo luogo, le velocità menzionate sono ovviamente dei "fino a" e si verificano probabilmente solo se sulla cella dove siete collegati voi non c'è nessun altro, se c'è il sole, non tira troppo vento e se gli dèi sono ben disposti; se poi per assurdo si potessero raggiungere tali velocità, i 3GB "al mese" dell'offerta "42.2 Mbps" potrebbero essere consumati in meno di 10 minuti, i 15GB a "100Mbps" in 20. Ovviamente questo tipo di offerte è pensato per un utilizzatore di livello basilare: 3 Gigabyte al mese fanno 100Megabyte al giorno, che ovviamente sono più che sufficienti per chi deve scambiarsi messaggini con whatsapp o vedere/ascoltare qualche servizio di streaming ultracompresso, ma sono una quantità ridicola per anche solo sperare di utilizzare un PC. Tanto per fare qualche esempio, l'aggiornamento a OSX Yosemite "pesa" più di 5GB; l'update di iTunes sono 400MB; Google Chrome si aggiorna da solo quando gli pare e sono dai 5 ai 15 MB a volta. Ora, sarò limitato io, ma non mi vengono in mente altri scopi per un access point wi-fi se non quello di collegarci un PC, quindi il tutto mi pare alquanto assurdo.
L'assurdità della cosa è aumentata anche dal fatto che non c'è alcuna giustificazione tecnica per un tale modello di tariffazione (oltre ovviamente a quella puramente economica di spillare più soldi possibile agli utenti): fatturando a GB consumati non si evita la congestione di rete, non facendo altro che offrire costantemente il peggior servizio possibile. Il problema è che è "tecnicamente" infinitamente più facile implementare dei limiti sulla quantità totale di traffico consumato piuttosto che sulla velocità di accesso. Tornando all'esempio iniziale dell'autostrada demenziale, è la stessa differenza che c'è tra controllare il contachilometri di tutte le auto al casello (lo può fare anche una scimmia bene addestrata) e mettere un autovelox e una pattuglia di polizia ogni 100 metri (costa un sacco di soldi e fatica).

Ovviamente sono ferratissimo in materia perché in questo periodo sono costretto a usare l'accesso mobile a Internet per lavoro e i 7GB "al mese" li consumo in una settimana, praticamente solo scaricando la mail.

La situazione mi fa ancora più disperare quando leggo articoli come questo, che ho ricevuto guarda caso stamattina via mail: "Quintarelli: "Vincoli burocratici, cultura analogica i mali dell'Italia" - di Stefano Quintarelli (Scelta Civica), Comitato d'indirizzo Agid". A proposito della famigerata Agenda Digitale, il giovane Quintarelli (perché oggi in Italia, uno di cinquant'anni è "giovane") dice: "L'ostacolo maggiore oggi è la cultura: siamo un Paese vecchio in una situazione di emergenza" e anche: "Il disegno generale per me oggi deve essere quello di dare all'Italia una strategia digitale, bisogna rimboccarsi le maniche e fare qualcosa dal proprio piccolo, sapendo che dall'altra parte hai il Parlamento che ci mette tempo a legiferare e vincoli burocratici. Per battere la cultura analogica bisogna opporsi, utilizzare le proprie leve piccole o grandi". Benissimo! Fino però a: "I giovani devono impegnarsi e sacrificarsi, per evitare l'idea del successo facile: dovremmo dare dei modelli ai ragazzi. Ci dovrebbero essere più tecnologhi a fare politiche. Non servono 100 progetti ma prigetti (sic) cardine, che abbiamo (sic) impatto". I giovani? I GIOVANI? Chi sono questi "giovani"? Cosa dovrebbero fare questi fantomatici "giovani", in un paese dove tutte le leve dell'imprenditoria sono in mano a un manipolo di miliardari settantenni, con gli altri che si spartiscono le briciole? Dovrebbero dimenticarsi "l'idea del successo facile" questi giovani? su questo mi sembra non ci siano problemi: i "giovani" in Italia nel migliore dei casi passano il loro tempo pascolando in Università, quando non sono a casa sul sofà a guardare la TV.  I giovani che sognano il "successo facile" sono già emigrati tutti! quelli rimasti con un po' di voglia di lavorare passano le giornate mugugnando facendosi il mazzo sfruttati da qualche imprenditorucolo da strapazzo. C'è qualche speranza per un "giovane" che in Italia voglia fare imprenditoria nel ramo delle telecomunicazioni? Vorrei chiederglielo, a Quintarelli. E' colpa di questi "giovani" che sognano "il successo facile" se l'Italia è un paese sottosviluppato per quanto riguarda Internet? O forse è colpa di quelle quattro mummie che tariffano Internet un tot al gigabyte? Bisognerebbe iniziare a defenestrare questi relitti, rimasti all'epoca del gettone telefonico, questo dovrebbe essere il primo punto dell'agenda digitale!

PS: tra l'altro oggi ho ricevuto questo sibillino SMS da Vodafone:


Nov 4, 2014

Del dissesto idrogeologico

Spesso penso che lo sdegno e le polemiche immancabili in occasione delle periodiche alluvioni a Genova e in Liguria in generale siano, oltre che sempre più deboli, troppo vaghi e malposti. In prima battuta si cerca un capro espiatorio inoffensivo: il costruttore camorrista senza più amici da tempo, l'impresa forestiera che non ha fatto i lavori, l'impiegato delle poste che non ha inoltrato la raccomandata, e simili; se la manovra non funziona, si passa alle accuse vaghe: è colpa del sindaco, che dice no, è colpa della regione, che dice no, è colpa dello Stato, che dice no, è colpa dell'Unione Europea o dei cinesi o dei marziani. E quindi ovviamente la cosa finisce in nulla e se qualcuno c'ha rimesso la pelle, pazienza.
Io vorrei proporre un'altra chiave di lettura, tramite un esempio.
La foto qui sopra mostra la collina dove vengo a svernare un mese all'anno da un po' di tempo. Fino a non molte decine di anni fa, era tutta una pineta (di cui rimane un piccolo ciuffo, in cima) appartenente ai padroni dell'unica casa presente, quella rosa in cima nel circoletto verde. Poi il terreno è stato venduto a lotti più piccoli e sono sorte le quattro case cerchiate in arancione. La minuscola stradina è rimasta la stessa, come anche i canali di scolo dell'acqua. I pini sono stati sostituiti da olivi e agrumi. Dal 2011, quando abbiamo iniziato a venire qui, sono sorte due ulteriori case, quelle cerchiate in rosso. Tralasciamo le case sorte a valle.

Poi possiamo dare la colpa del dissesto idrogeologico e dei disastri ecologici al piano regolatore, alla giunta, al babau o al global warming, ma per come la vedo io, la colpa è di chi ha costruito. Di chi ha scelto, nel pieno possesso delle proprie (ridotte e ottuse) facoltà mentali, di mettere in moto la betoniera e aggiungere un altro po' di cemento sopra questa collina e mille altre come questa. E' comodo dare la colpa a questo o quel condono che ha permesso di aumentare le volumetrie, ampliare, rovinare, stuprare la natura. Bastava non costruire.

Akamai State of the Internet report Q2 2014

Ho appena letto il report State of the Internet di Akamai aggiornato al Q2 2014, incuriosito dal fatto che qualcuno lo citava come la prova della "diminuzione" degli attacchi DDoS. In realtà, ovviamente, le cose non stanno così, anche se su questo aspetto il report di Akamai non chiarisce molto le cose.
In primo luogo, confronta la numerosità degli attacchi segnalati dai clienti Akamai ("reported by") senza indicare quanti sono i clienti in totale: che senso ha quindi sapere che nel Q2 ci sono stati 270 "attacchi" contro i 283 del Q1? Altre parti del report generano non poca confusione: "For the second quarter in a row, Akamai customers reported fewer DDoS attacks, [...] This reduction in attacks mirrors the attack trends reported in the Prolexic Q2 Global DDoS Attack Report, which reports that volumetric attacks have continued to increase in numbers and volume while application attacks (Layer 7) have declined." Nonostante l'apparente contraddizione sembri essere almeno parzialmente spiegata dalla frase successiva "Attacks that target the lower levels of the tcp/ ip stack, such as udp floods and syn floods, hit the edge of the Akamai platform and are dropped", la confusione permane  quando si legge che "The vast majority of attacks that Akamai is reporting on are based on traffic in layers 5 – 7 of the tcp stack, such as volumetric attacks like http get floods and repeated file downloads or application and logical layer attacks, which require much less traffic to be effective." Quindi gli attacchi sono diminuiti o cresciuti? sono volumetrici o richiedono meno traffico?

Tralasciando questi aspetti, che peraltro occupano una solo piccola parte del report, purtroppo non riserva sorprese l'andare a cercare il nostro paese nelle classifiche di penetrazione dei servizi broadband: l'Italia è 48ma al mondo per velocità media di connessione (5,8Mbps, col più basso indice di crescita annuo in tutta Europa) e 65ma per velocità massima (26,4Mbps). Siamo al 45mo posto globale per penetrazione delle connessioni ad almeno 4Mbps (disponibili al 65% della popolazione), e al 47mo per le connessioni ad almeno 10Mbps (6,6%, con un raddoppio rispetto all'anno scorso), in entrambi i casi ultimi in Europa (anche se la Grecia è scomparsa dalle statistiche Akamai). 41mo posto e ultimi in Europa anche per le connessioni superiori a 15Mbps, con un misero 2,5% di penetrazione; la Svizzera è al 33%, la Francia al 5,9 (che sembra poco ma è più del doppio che da noi), l'Austria al 16%.
Continua a non destare sorpresa nemmeno il panorama della connettività mobile: il report Akamai include alcuni dati forniti da Ericsson che assegnano al nostro paese una dignitosa velocità media di download mobile di 4,7Mbps, con un picco a 35,7, e una penetrazione del broadband mobile (>4Mbps) al 52%. Stante la disastrosa situazione della connettività fissa, l'accesso Internet via smartphone rimane sicuramente una grande opportunità di business nel nostro paese.

Oct 28, 2014

"Ti attacchi"

Ogni tanto faccio queste fulminanti associazioni mentali.
Oggi ho letto questo titolo di giornale:
Nonostante l'accostamento possa sembrare fuori luogo, lo stile dittatorial-infantile di questo governello che ci ritroviamo mi è parso molto congruente col comportamento della Vodafone che ho avuto modo di sperimentare un paio di giorni fa. 
Il mio "problema" con la Vodafone (lasciamo stare i miei problemi col governo) è che ho una SIM dati su una Internet Key con 28,43 Euro di credito residuo, il credito viene consumato 15 Euro per volta (anche qui tralasciamo quanto sia delirante, nel 2014, pagare 15 Euro (o addirittura 20, in certi casi) 7 Gigabyte di dati), e le ricariche sono possibili solo in tagli predefiniti di 5, 10, 20, 25 Euro e così via. Il risultato è ovviamente che al termine dell'uso della Internet Key dovrò regalare almeno 3,43 Euro alla Vodafone. Di ricariche per importi "rotti" ovviamente non se ne parla, e nemmeno di ricariche per multipli di 15 Euro.
Sono andato in un negozio e dopo aver atteso circa un'ora mentre il commesso spiegava a una coppia di subumani come far funzionare il loro tablet cinese, la mia pratica è stata sbrigata in trenta secondi con un "non si può fare" corredato dal fantastico consiglio di trasferire il credito residuo su un'altra SIM. Ah però la SIM dev'essere sempre intestata a me. Ah e poi bisogna farlo tramite raccomandata.
Allora ho scritto alla Vodafone su Facebook (i call center fanno così anni '90, li usano solo più i pensionati) e anche lì mi hanno celermente risposto rimandandomi alla pagina delle ricariche e ignorando totalmente la mia domanda sui 3,43 Euro. Del tipo "buongiorno vorrei ricaricare un Euro e sessantasette, come posso fare?" - "Ciao Marco! clicca qui e ricarica 5 Euro".

La cosa che mi colpisce è che in entrambi i casi -il governo verso i cittadini, l'azienda verso i consumatori- la risposta sia sempre la stessa: "non vogliamo aiutarvi, attaccatevi al tram". Questa convergenza di vedute, francamente, mi preoccupa alquanto.

Sep 22, 2014

Gary U.S. Bonds - On The Line

Ieri ho inviato quest'altro esperimento di recensione su bruce_it, e ora eccolo anche qua.

E grazie alla magia di Internet e nonostante Poste Italiane, mi è arrivato anche On The Line, il secondo disco (1982) di Gray U.S. Bonds targato "premiata ditta bruce&stevie" dopo Dedication di cui ho scritto giorni fa. 
Me lo sono ascoltato con calma alcune volte, studiandomi ben bene le note di copertina sulla confezione del vinile ;-) facendo però attenzione a non farmi impressionare troppo dal tristissimo faccione del povero Gary che campeggia sul retro.


La mia impressione (mi faccio sempre questi film nella testa) è che dopo la buona riuscita di Dedication, visto forse come un esperimento, Bruce abbia deciso di buttarsi a capofitto nella produzione di questo disco ("Produced by Bruce Springsteen and Miami Steve"), e devo dire francamente che poteva andare meglio.
Gli ingredienti ci sono (quasi) tutti: si porta la E Street Band a registrare agli studi Power Station, si mettono Toby Scott e Chuck Plotkin alla console, cosa può andare storto? "Ehi, ma dov'è La Bamba?" "no guarda, Steve, quelli sono amici tuoi, avevi detto che li chiamavi tu" "no no Bruce, stavolta hai detto che volevi fare il produttore, quindi tocca a te mettere insieme la sezione fiati" "no cioè ehm veramente, cioè ecco, no, io pensavo di farlo senza fiati questo disco" "ma sei sicuro Bruce? sicuro che invece non ti sei semplicemente dimenticato di avvertirli? gli arrangiamenti ce li ho qua pronti, se vuoi faccio due telefonate io e arrivano tutti, eh! però è l'ultima volta che ti faccio toccare un mixer" "no no lo facciamo senza fiati, oh abbiamo fatto The River senza fiati, e poi c'ho qua trecento canzoni già incise senza fiati che spaccano, quindi si fa un disco alla E Street Band! rock'n'roll!"
<steve scrolla la testa>
"ehi non penserete che mi faccio di nuovo tutto il disco a massacrarmi i polmoni come la volta scorsa, eh!? stavolta sul contratto c'è scritto che faccio due solo e lo voglio anche scritto bello chiaro nelle note di copertina!"
"no no certo, chiarissimo, sta tranquillo clarence, ho pensato a tutto io, tranquillo ho tutto qua in mente... facciamo fare un sacco di solo a Danny, vero Stevie? diglielo anche tu, Stevie!"
"ho capito... vado a fare un paio di telefonate..."

...E il piano "rifacciamo The River" viene messo in atto: parte HOLD ON, la Band sta carburando alla grande come al solito, Garry Tallent imperversa col suo dong-di-di-dong-di-di-dong, la voce di Bruce (non citato nelle note di copertina per volere della CBS, non saprei per quale ragione) è ben riconoscibile (e intanto Steve che pensa "eh bravo lui, fa i cori come se li avesse inventati lui, io è da dieci anni che faccio sta roba qua"), e insomma tutto fila liscio tranne per una cosa: ai fiati non è arrivato nessuno. Non ci sono. E si sente. Dedication era tutto incentrato sulla sezione fiati, e qua N O N C I S O N O. Delitto.
"ehi ragazzi sentite qua ce n'ho una fortissima" "sì bravo, ma scusa Bruce a me sembra un po' troppo Hungry Heart" "Professòre non fare il saccente, è tutta diversa, dài poi senti il testo, cerco un lavoro, il blue collar e tutto il resto, dai, ti faccio anche la denuncia sociale, cosa vuoi di più?" "mah non saprei, a me sembrava... comunque dai, va bene, così so già come fare la mia parte."
<steve scrolla la testa>
La band mette il pilota automatico e parte OUT OF WORK. La rotta prevede il solo di Clarence e il piano di Roy, e vai che ci si diverte.
A mio parere, CLUB SOUL CITY, prima che il repertorio di Bruce iniziasse a essere infarcito di un po' troppi "discendenti" di People Get Ready, era una delle vette del Bruce "soul man". Il pezzo si adatta bene alla voce di bonds, e viene ulteriormente arricchito dal supporto del vocione di Chuck Jackson. Come fa un pezzo a sembrare uscito dal repertorio dei Temptations e allo stesso tempo ricordare Streets Of Fire? La magia di Bruce Springsteen & The E Street Band a cavallo dell'80, ecco come. Un superclassico, anche per il testo: "Non puoi sbagliarti, è lungo l'autostrada, e all'ingresso c'è un cartello che dice 'Ingresso riservato ai perdenti'". Club sooooooooul club soooooooul ciiiiiity yeah yeah yeah club soooooooul....
"senti Bruce, senti come ingrana, ora dò un colpo di telefono a Southside, che tanto lui un favore ce lo fa sempre, ok? trombone tromba e sax baritono, in mezz'ora sono qui, registriamo, li paghiamo e se ne ne tornano in spiaggia" "no, lascia stare, ho deciso che SOUL DEEP la facciamo senza fiati, non si discute. Hai sentito com'è venuta bene Lion's Den? Faccio i cori io, che questa canzone mi prende da dio, vedrai viene una bomba."
<steve scrolla la testa>
Box Tops, 1969. Bonds ci sguazza, Bruce si diverte, noi pure. Ma diosanto, I FIATI dove sono!?!?!? Lion's Den la registrano ma rimane nel cassetto.
Non sorprende che sia stata usata LOVE'S ON THE LINE come title-track. Probabilmente il pezzo migliore del disco, "made in brucespringsteenland" 100%, il testo su un amore che finisce, fatto di sguardi silenziosi la sera a tavola; se qualche anno prima un Bruce arrapatissimo scriveva "when I get home from my job I turn on the TV but I can't keep my mind on the show", ora siamo già dalle parti di Tunnel Of Love, e "chissà cosa fai a casa quando io esco". Assolo di sax di Joey Stann dei Jukes. Solo la voce di Bruce che ripete "love's on the line, our love's on the line" mentre Bonds canta l'ultimo verso vale il prezzo di tutto il disco.
Applausi a scena aperta.
"ciao ragazzi, ho scritto un paio di pezzi per il disco, ve li faccio sentire, cosa ne pensi Steve?"
"ma beh sì Gary, che dire, validi, validi... comunque abbiamo già tutti questi pezzi di Bruce belli e pronti, magari se ci mettiamo un po' di fiati in più anche tu risalti meglio, eh che dici? dai diglielo anche tu a Bruce..."
"Ma no Stevie, che dici, questi pezzi di Gary sono più tosti dei miei, forza ragazzi tutti ai propri posti, facciamo sentire a questa gente cosa sa fare la E Street Band! Danny mi raccomando, qua conto su di te!"
TURN THE MUSIC DOWN, scritta di Bonds, è un rock'n'roll facile facile abbastanza in linea col resto dell'album, anche se forse gli manca quella scintilla in più per renderlo memorabile. L'organo viaggia su tutto il brano e tira le fila. Finisce il lato A, sipario. Tutto bello, bravi tutti, ma...

Si decide di aprire il lato B calando una briscola: RENDEZVOUS. Però Bonds non è Springsteen, e la canzone ne risente: non è nelle sue corde, tanto che dà il meglio solo nel bridge. Un pezzo così o me lo imbottisci di fiati, oppure ci va un cantante che canti *meno* bene di Bonds, per sfruttarne al massimo il lato rock.
ANGELYNE, sempre firmata Springsteen, è un rock'n'roll alla Darlington County, con sfumature country e il classico inizio a base di finta-gente-che-parla-in-sottofondo-a-una-festa che evidentemente quando sei in studio col cantante di Quarter To Three è obbligatorio. Steve canta questo duetto con Bonds facendo la parte che avrebbe dovuto essere di Bruce (rimosso, anche qui, per volere della CBS, a quanto pare), ma il marchio di fabbrica è ben impresso su tutto il pezzo: "She bought two tickets with her daddy's American Express and hopped a Greyhound bus in her wedding dress". Breve solo di fisarmonica.
ALL I NEED è un esperimento di lentaccio "pop" con la solita vena soul, che calza a pennello per Bonds, che tira fuori il "mestiere" e nobilita questo non eccelso pezzo di Bruce con un'interpretazione perfetta.
BRING HER BACK è l'altro pezzo di Bonds, sugli stessi binari di Turn The Music Down, onesto ma poco originale, si regge bene grazie al sax (sempre Stann) e ai cori di Bruce.
Il copione prevede un lentaccio per chiudere, e il copione va rispettato. Steve mette la monetina nella sua macchina per scrivere lenti strappalacrime ed esce LAST TIME (giuro, ne ha una a casa, è ricavata da un vecchio frigorifero anteguerra tutto scrostato e storto perché gli manca un piedino, c'è una piccola feritoia che accetta solamente centesimi fuori corso o bottoni usati, e uno sportellino da dove esce direttamente un disco 78 giri già inciso con la canzone; ci vuole una mezzoretta per un lentaccio nella media, durante la quale l'apparecchio ha, a volte, alcuni scossoni, e accostando l'orecchio c'è chi dice che si sentano dei singhiozzi provenienti dall'interno, o a volte qualcuno che mormora vecchie canzoni dell'era della Grande Depressione. Altri sostengono che in realtà all'interno dell'ex-frigo a incidere i 78 giri ci sia Southside Johnny, e che questo sia il prezzo che ha deciso di pagare a Steve in cambio di una carriera nella musica rock.)
"This is the last time, let's make it the best time", non esattamente Shakespeare, ma si va sul sicuro.


In sostanza, a mio parere, un album "troppo bruce", che risente della mancanza criminale di una sezione fiati e patisce una scaletta che per assurdo risulta più eterogenea del precedente Dedication, a causa di alcuni pezzi che poco si adattano a Gary U.S. Bonds. 
A proposito di crimini, la ristampa in due-album-in-un-cd acquistabile su Amazon e dintorni, esclude LAST TIME, evidentemente per mancanza di tempo. Ridicolo. A quel punto avrebbe avuto più senso fare un "best of" ragionato dei due album, scartando più pezzi e riuscendo così magari anche a infilarci dentro un paio di extra, tipo la fantomatica Angelyne con Bruce alla voce, o Lion's Den cantata da Bonds. Ma per quelle bisognerà aspettare chissà quanto.

Sep 21, 2014

Superclassifica

Imperversano su Facebook le sfide a nominare i propri top dieci dischi, concerti, libri, film, francobolli, tessere telefoniche, tappi di sughero. Prevedo che a breve passeremo al cibo, ai ristoranti e al vino: quella sì che è una categoria di esibizionisti che non può trattenersi dal mostrare a tutti "quante ne sa".
Che la cosa sarebbe anche carina, se avesse un'utilità, anche minima. Tipo: "ah Tizio ha scritto che il disco xyz gli ha cambiato la vita, aspetta che me lo ascolto", o "adesso vado in biblioteca e mi prendo quel libro fantastico consigliato di Caio". Ma sappiamo tutti benissimo che questo non accade. E quindi il tutto si riduce a un esercizio di esibizionismo, fatto magari anche in buona fede, ma pur sempre fine a sè stesso.
Qualche giorno fa, un amico mi ha "nominato" in una di queste "classifiche", credo principalmente per prendermi per il culo. Visto che a fare una cosa del tipo "i dieci dischi della mia vita" si finisce solo a fare un esercizio di snobberia, a me sarebbe piaciuto fare una "top ten" dei 33 giri, ma ho immediatamente pensato che di 33 giri ne ho talmente pochi che la cosa avrebbe avuto poco senso (cioè, ancor meno senso di quel poco che ha questa iniziativa della classifiche).
Però è l'occasione per un piccolo amarcord.

Io quand'ero giovane e ascoltavo musica per ore ogni giorno (quindi diciamo dai 12 ai 18-20 anni, poi un po' m'è calata), io studiavo, e quindi di dischi ne compravo ben pochi. Registravo centinaia di cassette dalla radio; se riuscivo a mettere le mani sui dischi di qualcuno, me li registravo. Nell'84-85 credo di aver comprato le mie prime cassette: nell'ordine, Arena dei Duran Duran e Born In The USA di Springsteen. Un mio amico aveva già il lettore CD e ci ascoltava Madonna (Like a prayer?) e Terence Trent D'Arby. Ricordo quando uscì "il cofanetto" di Springsteen: costava 50.000 Lire, un vero e proprio salasso, se consideriamo che il libretto che fino a quel momento era stato la mia "bibbia" springsteeniana mi era costato in edicola 5.000 Lire. Avevo un appuntamente a casa di un amico quel pomeriggio e mi rifiutai categoricamente di aprire la confezione: era un'operazione troppo rischiosa e "sacra", che poteva essere solo svolta con la necessaria accortezza e concentrazione davanti allo stereo di casa. Mi ricordo di quella volta che il nastro della prima delle tre cassette che componeva il "cofanetto" si arrotolò su sè stesso (uno dei misteriori inconvenienti che a volte capitavano con le audiocassette), e fu necessario (altrettanto inspiegabilmente) non solo estrarlo quasi tutto dalla cassetta ma anche tagliarlo, girarlo, e riattaccarlo con un filo di scotch: un mistero inspiegabile che meriterebbe una puntata in prima serata di uno di quei programmi TV sugli avvenimenti paranormali. Ricordo che svolsi l'operazione sotto uno stress pazzesco: danneggiare irreparabilmente la preziosa cassetta sarebbe stato un danno incalcolabile; al termine dell'intervento, pensai che Barnard, in fondo, non aveva fatto nulla di speciale.

Detto tutto ciò -e altro ci sarebbe ancora- arriva veramente la "top ten", nel senso che ho "sfogliato" i miei LP e fatto qualche (pessima) foto.
Credo che questo sia stato il primo vinile che io abbia acquistato. Gita scolastica a Firenze, doveva essere almeno il 1989, quindi terza superiore. Il tempo dedicato alla visita di chiese e monumenti era limitato, e ne rimaneva un bel po' libero. Francamente non ricordo come mi fu possibile A) trovare un negozio di dischi (probabilmente per caso) e B) trovare il tempo per entrarci, smazzarmi tutto il reparto "Springsteen", scartare qualche decina di bootleg pregiatissimi che oggi sicuramente varrebbero milioni, e comprarmi invece questa robaccia "solo" perché era la registrazione del mio primo concerto: Bruce Springsteen, Stadio Comunale di Torino, 11 Giugno 1988. Copertinaccia rossa con scritti dietro alcuni titoli di canzoni, due dischi all'interno senza uno straccio di nota, registrazione così così, scaletta incompleta e nell'ordine sbagliato. Ciò nonostante, lo consumai di ascolti.

Poi c'è stato il periodo-Elio.
Credo fosse l'88 quando un compagno di scuola mi passò la prima cassettina "Live a Novi Ligure". Nell'estate dell'89 andammo a vedere i primi concerti di Elio, e quando uscì il disco, ovviamente ci gettammo all'acquisto. Vale la pena di ricordare che Internet non c'era e a un certo punto avevo recuperato non so come il numero di telefono di Marco Conforti (credo fratello di Rocco Tanica), ai tempi una sorta di manager/promoter del gruppo e lo chiamammo per sapere quando cavolo sarebbe uscito questo disco ("tranquilli, tra poco esce").
La fase-Elio raggiunse l'apice all'uscita di Born To Be Abramo.
Erano due 12", con varie versioni di Born To Be Abramo e Giocatore Mondiale, quindi doveva essere il '90. Io e Massimo battemmo tutti i negozi di dischi di Alessandria (che anche all'epoca non erano moltissimi e, comprensibilmente, non erano nemmeno fornitissimi di dischi di Elio E Le Storie Tese) alla ricerca delle preziose copie. Se qualcuno il giorno dopo cercava di comprare questi dischi ad Alesandria e non li trovava in nessun negozio, colgo questa occasione per scusarmi ufficialmente dell'accaparramento. Niente messa, niente castagnata.

Credo che il periodo-Skiantos discese dal periodo-Elio. Qualcuno mi registrò Monotono e forse qualcos'altro, mentre io feci un paio di acquisti francamente superflui. La copertina di Kinotto, però, rimane nel mio cuore.
"Confezione per teppisti morbidi".

Per ragioni che solo i fan di Elio possono capire e che sarebbero troppo lunghe e complicate da elencare qui, mi fa particolarmente piacere essere cresciuto a pane e Made In Japan dei Deep Purple.
C'è quel periodo dove tutti gli adolescenti sani di mente hanno delle velleità musicali, compreso il sottoscritto. Nel mio caso durò pochissimo, anzi le cosa si fermò appunto al livello di velleità, mentre molti altri imbracciarono la chitarra sul serio. Si iniziava ovviamente con lebiondetreccegliocchiazzurriepoi, ma appena si mettevano le mani su una chitarra elettrica non c'era scampo: Smoke On The Water. Non ci sono santi: la chitarra elettrica la compravi per fare Smoke On The Water. Ti accorgevi subito che Sultans Of Swing o Stairway To Heaven erano fuori dalla tua portata, e allora facevi Smoke On The Water.
Io, a casa, cuffie in testa, volume a manetta, e Highway Star.

Qualche anno dopo, non saprei dire precisamente quando, ma sarà stato al massimo il '92, entravo in un sedicente "pub" sperduto nella campagna alessandrina (darei una piccola cifra per ricordarmi il nome), o credo che fosse addirittura uno di quei locali che cercando di cavalcare un'improbabile moda si battezzava "ludoteca". La "ludoteca", nel 90% dei casi, era una birreria/paninoteca che aveva comprato un paio di giochi in scatola di cui erano andati persi svariati componenti chiave nel giro di pochi giorni e quindi rimanevano a prendere polvere in un angolo. Credo che fosse una sera infrasettimanale, e il locale era praticamente deserto, e buissimo. Sparato a tutto volume, Loco Live dei Ramones.
Non avevo mai ascoltato i Ramones prima di quella sera. E non è che il barista annunciasse i brani o ci abbia poi chiesto "piaciuto il disco dei Ramones?". E' che a quell'epoca ero talmente affamato di musica da conoscere e riconoscere certi gruppi solo sulla base della ripetuta lettura delle recensioni e degli articoli pubblicato su Il Mucchio Selvaggio. Dall'aver capito che fossero i Ramones al recarmi da Otello a comprare a colpo sicuro Loco Live, ce ne passa un po', ma a quei tempi ero un segugio infallibile (abbandonata la carriera di chirurgo di cui sopra). Loco Live ho fatto l'errore di portarlo fuori casa e lasciarlo incustodito per qualche tempo, e si è purtroppo impolverato pesantemente e irrimediabilmente rovinato, anche se in maniera leggera. Però anche qualche scoppiettio in più fa tanto "punk", e ogni volta che lo riascolto ritorno con la mente a quella serata quando ci bevemmo un paio di birre senza proferire parola perché nel bar c'era Loco Live in repeat a tutto volume.

And that's it. Non è una top ten, ma appunto la scusa per un amarcord.

Sep 16, 2014

Gary U.S. Bonds - Dedication

L'altro giorno ho fatto un tentativo di "recensione" e l'ho inviato alla Mailing List bruce_it. Eccolo anche qua.


Sarà che queste voci di un "cofanetto di the river" mi avevano fatto venire appetito, sarà che volevo mettere le mani su questo disco da un sacco di tempo e non lo trovavo mai in condizioni decenti alle varie fiere del disco, sarà che anche trovarlo in streaming non è facile, e soprattutto certa roba rende al meglio se la ascolti con le note di copertina davanti, insomma finalmente mi sono rivolto a ebay et voila ecco Dedication.
La storia e le canzoni le dovreste conoscere tutti, comunque in sintesi io la vedo così: Bruce sa di avere un grande debito col rock'n'roll e il soul dei '50 e '60, e se dovessimo dare un peso a quel debito misurandolo in ettolitri di sudore versato, migliaia di spettatori che hanno ballato, centinaia di crepe aperte nelle mura dei palazzetti di mezza America, Quarter To Three starebbe sicuramente lì in cima, probabilmente in compagnia del temibile medley di Mitch Ryder. E' la fine degli anni '70, Bruce ha terminato la gavetta, si è caricato di esperienze, di note, di luoghi, come una dinamo, come una turbina, come un uragano che puntualmente esplode in un diluvio di canzoni che inizialmente distillerà in Darkness on the edge of town e The River, ma che tracimeranno nei live, negli innumerevoli bootleg, nei dischi di Southside Johnny e, trent'anni dopo, in The Promise, Tracks, eccetera. In quella smisurata sovrabbondanza di musica (ricordiamoci che erano i tempi in cui Because The Night non trovava posto su disco) Bruce trova anche il modo per ripagare qualche debito "morale", e da qui nascono "Dedication" e il successivo "On the line" di Gary U.S. Bonds, che dopo aver imperversato con una manciata di hit all'inizio dei '60 era scomparso dalla scena che conta.
Bruce ci mette tre pezzi da novanta, Stevie il suo tocco di produttore, poi basta portare in studio la E Street Band al completo, La Bamba e compari ai fiati, e il gioco è fatto.
JOLE BLON è un traditional cajun, ma io lo annovererei tra i pezzi "di Bruce" tanto quanto le sue versioni di Follow That Dream o Trapped, per quanto la fa sua musicalmente. Il sound è E Street al 100%, con tanto di fisarmonica a mescolarsi perfettamente col resto come in poche altre occasioni è capitato. Bruce duetta con Bonds e siamo tra le vette della produzione della band, con quella magica alchimia di suono che definirei della party band più professionista del mondo, o dei session men più scatenati dell'universo.
THIS LITTLE GIRL è l'ennesimo gustoso piatto cucinato su una collaudata ricetta di soul bianco, una traccia musicale usata miliardi volte, l'ultima delle quali ad essere riemersa dagli archivi, tanto per fare un esempio, è Ain't good enough for you. Tutto gira alla perfezione e c'è anche l'occasione per un originale solo/duetto tra sax e chitarra.
Questi pezzi mostrano una delle direzioni che avrebbe potuto prendere il sound di Bruce in quegli anni, che invece è stato mantenuto su binari più rock, lasciando i fiati e l'atmosfera da party band ai Jukes.
YOUR LOVE inizia con i più classici accordi di chitarra springsteeniani e il più classico degli attacchi di fiati alla Jukes, accordi anche questi che saranno riutilizzati innumerevoli volte, da It's been a long time fino a My city of ruins. Il soul e il rock si sono fusi in alcuni momenti di grazia nella produzione springsteeniana e qui ne abbiamo esempio.
DEDICATION chiude questa parata iniziale di "bombe" firmate Bruce e prodotte da Stevie+Bruce, partendo con un omaggio ai "fraternity rock" di Double shot of my baby's love e della stessa Quarter to three, che Bruce aveva appena citato in Sherry darling. Il sax di Clarence imperversa per tutta la canzone (le note di copertina precisano che "tutti i solo" del disco sono suoi), e sul tema della cocciuta "dedication" (comune, ad esempio, a Stand on it) si chiude questa specie di dichiarazione programmatica in note.
Il lato A si chiude con DADDY'S COME HOME, un lentaccio scritto da Steve, una melodia semplice e un po' melodrammatica ma efficace, sostenuta da un piano che ricorda un po' The iceman e dall'ennesimo solo di Clarence. Siamo dalle parti di Heart of stone, ma si percepisce, appena appena, il cambio di sound causato dall'uscita di Bruce dalla sala mixer. Immagino che Bruce volesse mantenere il controllo totale delle sue "creature" e abbia poi lasciato il resto della produzione a Steve (e Garry Tallent, che appare come produttore associato).
Il repertorio del Lato B è più eterogeneo, e si apre con un pezzo minore dei Beatles, IT'S ONLY LOVE, per il quale gli stessi Lennon e McCartney non hanno avuto parole gentili, definendolo uno "riempitivo", pur avendo alcuni passaggi sorprendentemente moderni (il pezzo è del '65). Probabilmente non a caso è stato scelto un brano bistrattato come questo per la rimpatriata di Bonds con Ben E. King e Chuck Jackson. Clarence fa il resto, e in quel periodo e con quel repertorio, quel sax avrebbe nobilitato anche me che canto Soul Man sotto la doccia.
Bonds piazza un altro colpo al cuore con THE PRETENDER di Jackson Browne, che pur rimanendo un po' meno "e street" del resto del disco (è difficile dire chi suona cosa in queste sessioni, visto che oltre ai nostri eroi le note di copertina elencano almeno un "doppio" per ogni strumento) regala alcuni passaggi da brividi grazie alla voce che infonde quel calore che a Browne, purtroppo e a mio modestissimo parere, manca. L'originale è del 1976 e ascoltandolo si nota tutto il peso che ha avuto nella scrittura di Bruce del periodo, The price you pay su tutte. Mi rimane il tarlo di pensare che con la dovuta iniezione di fiati questo pezzo avrebbe raggiunto vette ancora più alte, ma è sufficiente il finale da predicatore di "say a prayer for the pretender" con tanto di coro quasigospel a far segnare un altro punto più che positivo sul tabellone.
WAY BACK WHEN, scritta da Bonds, è l'unico pezzo non prodotto da un e-streeter, e si sente. Il sound è più pop e risente di quella sorta di power-pop-funk alla Jackson 5 sul quale la famigliola dell'Indiana stava ancora allegramente lucrando in quegli anni. San Clarence Clemons sostiene tutto quanto sulle sue possenti spallone.
FROM A BUICK 6, sì, quella di Dylan, probabilmente passava di lì per caso e poco si adatta alla voce di Bonds, che fa di tutto per metterci un po' di grinta blues-rock che però non è proprio il suo pane. Guida il tutto un pianoforte un po' troppo da saloon per attribuirlo al Professor, ma non mi è dato sapere e quindi tiro a indovinare.
JUST LIKE A CHILD è il lentaccio che chiude il disco, un omaggio ai mostri sacri del soul classico, i Sam Cooke, Otis Redding, Percy Sledge, Wilson Pickett, eccetera. Per farsi un'idea, siamo dalle parti di I got dreams to remember, e ovviamente il sax di Clarence ci va a nozze. Anche i rocker hanno un cuore e diventano dolci come orsacchiotti di peluche quando sentono pezzi come questo.

Tornando all'inizio, la speranza del sottoscritto quando sono iniziate a circolare voci su un "cofanetto di The River" era che potessimo ascoltare le versioni di Bruce di questi pezzi, ma a quanto dicono le ultime "news", sembra che non sarà così e che di materiale inedito se ne sentirà ben poco. Sempre queste "fonti" parlano di una rimasterizzazione degli album fino a Born in the USA, se ho ben capito, operazione che mi lascerebbe alquanto perplesso. Ma vedremo.

Sep 13, 2014

Burocrazia portami via

Davanti all'aeroporto di Malpensa hanno istituito questa "area 10 minuti": in pratica puoi passare in auto ma non puoi trattenerti per più di 10 minuti. Ci sono le telecamere che controllano.
Leggo sul sito:
"POSSONO ACCEDERE ALL’ “AREA 10 MINUTI” CON UN TEMPO DI SOSTA MASSIMO DI 4 ORE, LE SEGUENTI CATEGORIE:
Persone munite di contrassegno di disabilità
 
Per usufruire dell’esenzione è necessario compilare il modulo inserendo oltre alle credenziali richieste, il numero di targa ed il numero di vetrofania. 
Clicca qui per compilare il modulo."

Io mi chiedo: perché è necessario compilare un modulo, soprattutto se stiamo parlando di gente che di moduli ne ha già compilati a sufficienza, visto che è già in possesso del "contrassegno di disabilità"?

Io proporrei un sistema alternativo: gli handicappati possono entrare nell'area "10 minuti" e starci quanto gli pare. L'handicap si constata a vista, senza bisogno di moduli, contrassegni o vetrofanie. In caso di incertezza, le forze dell'ordine svolgono gli accertamenti del caso, tipo chiedere "scusi lei è handicappato?". Tutto qui.

Sanità mentale

Per fortuna che in giornate come questa, pomeriggi assolati dove uno vorrebbe godersi il silenzio della natura ma si ritrova invece sotto l'assedio di tagliaerba, compressori, vicini urlatori e tristi bambini che prendono a pallonate un muro, capiti ancora di riuscire a leggere un articolo interessante o ascoltare una bella canzone e astrarsi per qualche minuto dal delirio circostante. Oggi ho (ri)letto un interessante, ma come al solito un po' inconcludente, articolo di Eugeny Morozov, ma quello che trovo si adatti particolarmente, guarda caso, al delirio di cui sopra è "Il decalogo del buon conflitto", proprio perché leggerlo è come respirare una boccata di aria fresca in mezzo allo smog, come ritrovare un po' di sanità mentale in mezzo a tanti sproloqui.
"Se nell’uso delle parole la con­fu­sione regna sovrana, dai bam­bini può venire quella spinta per imboc­care final­mente una nuova strada. Da più di 30 anni la psi­co­lo­gia dell’età evo­lu­tiva sta segna­lando l’estrema capa­cità dei bam­bini [...] ad affron­tare i pro­pri litigi in una logica di accordo e di ricom­po­si­zione. [...] I bam­bini nei primi anni di vita usano un pen­siero molto con­tin­gente e hanno la neces­sità, se non sono sviati dagli adulti, di gio­care con i loro coe­ta­nei e di non per­dere i pic­coli com­pa­gni delle loro avven­ture. Per cui è molto raro che rinun­cino a gio­care con un amico per il ran­core gene­rato da un liti­gio."

Sep 7, 2014

Globalizzazione

Ho letto recentemente due editoriali, su testate di orientamento decisamente divergente, trattare il tema del "fallimento" della globalizzazione, e la cosa mi ha sorpreso e un po' preoccupato.
Philip Stephens sul Financial Times analizza l'attuale scenario politico-militare alla luce dei recenti avvenimenti in Ucraina e non solo ("The world is marching back from globalisation"). Stephens dice che "history will record that sanctions against Russia marked the start of an epochal retreat from globalisation" e partendo dall'invasione russa della Crimea sostiene che la Russia si può permettere questi comportamenti inaccettabili solo grazie all'esitazione di Europa e USA e che, fondamentalmente, la NATO dovrebbe intervenire militarmente. Qualcuno ha un deja vu? 1914? 1939?
E ancora: "Then came the crash. Finance has been renationalised. [...] Global capital flows are still only about half their pre-crisis peak. [...] The open trading system is fragmenting. The collapse of the Doha round spoke to the demise of global free-trade agreements" e via dicendo, per concludere che "abbiamo scoperto nel 1914 che l'interdipendenza economica è bastione alquanto debole di fronte all'antagonismo tra le grandi potenze".
Mentre leggevo queste righe, vedevo miei compatrioti per i quali la globalizzazione, in realtà, non è nemmeno iniziata o, forse, sta bussando alle porte chiuse delle loro relazioni personali ed economiche. Persone che guardano ancora chi gira con un velo o un turbante in testa come una presenza aliena, che si ritirano impauriti con gli occhi sgranati appena si menziona una possibile interazione umana (che so, magari in vacanza) con persone di etnie non bianche, in quanto viste come presenze esotiche, inavvicinabili e con le quali è impossibile comunicare da pari a pari. Persone che gestiscono aziende e danno lavoro, per le quali "globalizzazione" ha voluto dire solo, alternativamente, "chiudiamo la ditta e spostiamo la produzione in Vietnam" o "chiudiamo la ditta perché i cinesi ci rubano il lavoro". Mosche bianche quelli che quei mercati hanno cercato non dico di conquistarli ma almeno di entrarci, invece di subirli e basta.
E tutte queste persone, che hanno subito o addirittura fatto resistenza ai grandi movimenti globalizzatori, economici e migratori, oggi paradossalmente rischiano di ritrovarsi dalla parte del "giusto", ferme com'erano in quell'epoca medievale di frontiere segnate da muraglie e fossati alla quale sembra purtroppo che stiamo tornando.
Queste persone, chiuse nel loro ristretto orizzonte, non solo quindi rifiutano i grandi movimenti globali, ma a maggior ragione sono ignare delle proposte avanzate per modificarli, come quelle che, un po' vagamente, propone Guido Viale sul Manifesto. ("L'alternativa radicale alla globalizzazione"). "Dal con­flitto israelo-palestinese alla guerra tra Iraq e Iran, dalla Soma­lia all’ex Jugo­sla­via, dalle due guerre con­tro l’Iraq all’Afghanistan, e poi all’Algeria, alla Libia, alla Siria e di nuovo all’Iraq, e poi in Ucraina, l’esta­blish­ment dell’Occidente ha ormai perso il con­trollo delle forze che ha scatenato." Viale parla di trend che "sono desti­nati a pro­durre un cre­scendo con­ti­nuo di pro­fu­ghi, sia ambien­tali che in fuga da guerre e mise­ria, desti­nati a scon­vol­gere la geo­po­li­tica pla­ne­ta­ria": "pen­sare di affron­tare que­sti flussi con poli­ti­che di respin­gi­mento è non solo cri­mi­nale, ma del tutto irrea­li­stico. Ma avere milioni di nuovi arri­vati da «ospi­tare», con cui con­vi­vere per molto tempo o per sem­pre, a cui tro­vare un’occupazione, evi­tando di inne­scare in tutto il paese foco­lai di infe­zione raz­zi­sta [...] rende addi­rit­tura risi­bili le poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di cui dibattono i nostri governi, tutte cali­brate sui decimi di punto di Pil." E ancora: "la gover­nance europea non va più in là del giorno per giorno." Viale sostiene che queste governance non hanno un "Piano B" alternativo alla globalizzazione economica liberista, nonostante questa si provi fallimentare ogni giorno. Ed è qui che le proposte, pur condivisibili, si fanno un po' vaghe: "noi dob­biamo pen­sare e pra­ti­care nell’agire quo­ti­diano alter­na­tive che valo­riz­zino i bene­fici dell’unificazione del pia­neta in un’unica rete di rap­porti di inter­di­pen­denza e di con­net­ti­vità, ma in con­di­zioni che non fac­ciano più dipen­dere la soprav­vi­venza di alcuni dalla morte di altri, il red­dito di alcuni dalla mise­ria altrui". "Que­ste alter­na­tive ricon­du­cono tutte alla riter­ri­to­ria­liz­za­zione dei pro­cessi eco­no­mici: non al pro­te­zio­ni­smo, che non è più pra­ti­ca­bile; [...] bensì alla pro­mo­zione ovun­que pos­si­bile [...] di rap­porti quanto più stretti, diretti e pro­gram­mati tra pro­dut­tori e con­su­ma­tori di uno stesso ter­ri­to­rio." Auguri.

Sep 6, 2014

"Un pro­cesso pro­gres­sivo e inces­sante di esclu­sione della Natura in quanto tale"

"Mate­rie del tutto comuni quali terra, sab­bia e fango, se pre­senti al di fuori di con­fini rigidamente defi­niti, ven­gono con­si­de­rate – con una inten­sità cre­scente – ele­menti fasti­diosi, repel­lenti e for­te­mente con­ta­mi­nanti."

Sep 2, 2014

Tariffe autostradali

Ah come passa il tempo!
Era il lontano 2006 quando ho iniziato a lavorare per la mia attuale azienda, e a Luglio inoltravo il mio primo rimborso spese. 1,40 Euro di pedaggio autostradale dal mio casello alla barriera di Milano, 15 km di strada.

Oggi ho fatto l'ennesimo rimborso spese. Nel frattempo, la A4 è stata un costante cantiere, il casello ha cambiato nome e si è persino spostato un po' più vicino a Milano. Ora sono 2,90 Euro.

Più che raddoppiato; o, in altre parole, un rincaro di quasi il 10% annuo.

Per un tratto di autostrada, ripetiamolo ancora una volta, sempre sotto cantiere.

Con i mass media e l'Istat che ci parlano di un'inflazione che negli stessi anni non ha praticamente mai superato il 3%.

Con una rapida occhiata al sito della Satap, la concessionaria dell'A4, si possono vedere i risultati economici della società stessa, che riassumo qui: utile 2006: 61,7 milioni di Euro; 2007: 73,3; 2008: 50,2; 2009: 36,6; 2010: 54,3; 2011: 58; 2012: 56,8; 2013: 44,7 milioni di Euro. Come diceva quella pubblicità... "ti piace vincere facile!"