Mar 23, 2014

Rodriguez in concerto

Ieri sera Sixto Rodriguez si è esibito all'Auditorium di Milano. In sala ho visto espressioni di grande entusiasmo e all'uscita ho sentito reazioni di grande delusione; entrambe mi sembrano abbastanza immotivate, e trovo che curiosamente abbiano la stessa causa.
Il documentario Searching For Sugar Man ha ottenuto un grande successo ed è andato in onda in Italia prima nel periodo in cui iniziavano le prevendite per questo concerto e poi nuovamente un paio di sere fa. Questa esposizione televisiva ha causato, a mio parere, l'eccessivo entusiasmo di un pubblico non proprio rockettaro, definito "in delirio" dalla stampa, e che ieri sera in effetti mostrava un entusiasmo fuori dal comune nella breve attesa tra l'opening act Cory Becker e l'arrivo del nostro eroe. Anche i delusi, evidentemente, erano arrivati all'Auditorium con negli occhi le immagini del documentario e nelle orecchie la colonna sonora: non possiamo certo far loro una colpa di non essersi documentati prima del concerto (la stampa - ovviamente non quella italiana, che dorme -  aveva già sottolineato lo stato precario di Rodriguez), anche perché se uno paga i biglietti abbastanza salati dell'altra sera lo fa sperando di avere la garanzia di uno spettacolo di alto livello, ma ciò nonostante sarebbe stato più saggio avere delle aspettative meno stratosferiche e soprattutto aver cercato di mettere l'esibizione di ieri sera in una prospettiva più corretta.
A proposito di prospettive, vale la pena di ricordare alcune cose: Searching For Sugar Man è uscito a Gennaio 2012, e racconta di eventi accaduti verso la fine degli anni '90, quando Stephen Segerman iniziò la sua caccia a Rodriguez, quindi una quindicina d'anni fa. Rodriguez, come ha ricordato più volte ieri sera, ha 72 anni e fondamentalmente ha passato gran parte del suo tempo negli anni '80 e '90 facendo il muratore e lavori simili, mica saltando da una clinica di detox all'altra come Keith Richards. A proposito, vale anche la pena di confrontare lo show di ieri sera con gli altri "arzilli" vecchietti che calcano o calcavano le scene: il primo imputato è naturalmente Bob Dylan, che di anni ne ha 73 e ormai da più di un decennio trascina in giro per il mondo il proprio neverending tour nonostante una voce ormai inascoltabile e un rapporto praticamente inesistente col pubblico in sala. Ma Dylan è un mostro sacro; sì, sono accettate le critiche, ma solo se educate e cortesi e seguite da qualche lode sperticata al suo storico repertorio (nonostante anche questo ormai risalga alla notte dei tempi). Oppure prendiamo Leonard Cohen, che di anni ne farà 80 a breve: beh, certo, in quanto a presenza scenica, Cohen sta a Dylan come i Kiss stanno a Bocelli, ma non dimentichiamoci che Cohen è tornato a incidere e fare tour perché era in bancarotta, e che se vogliamo proprio dirla tutta, usa la sua "golden voice" con gran parsimonia e gran dispiegamento di coriste: gli ultimi dischi sono praticamente recitati. O vogliamo parlare degli ultimi American Recordings di Johnny Cash? Se tralasciamo l'aspetto emotivo di un uomo che sapeva di starsi avvicinando alla fine, e facciamo finta di non pensare che qualcuno ci abbia allegramente lucrato sopra, gli ultimi due-tre capitoli della saga sono sussurrati con una voce cavernosa senza più fiato ed estensione: una vera tortura, al cuore e a volte purtroppo anche alle orecchie. O quante volte abbiamo ascoltato e riascoltato Compay Segundo o Ibrahim Ferrer?
Ecco, io credo sia necessario tenere a mente queste cose, e altre, come le esibizioni innumerevoli di rockstar svogliate, ubriache, drogate, con le spalle rivolte al pubblico che abbiamo sopportato e continuiamo a sopportare, quando si vuole giudicare un concerto come quello di ieri.
Rodriguez è stato accompagnato sul palco, perché si muove lentamente ed evidentemente ci vede pochissimo. Dopo ogni canzone, cercava con fatica la tazza di tè o la bottiglietta d'acqua che aveva su un tavolino al suo fianco. Ogni pezzo era seguito da una lunga pausa in cui ricontrollava gli accordi della chitarra e i musicisti si sporgevano verso di lui come a cercare di intuire quale pezzo avesse deciso di fare o per controllare se ci fosse qualche problema. In più di un'occasione, in realtà, Rodriguez ha commentato le canzoni o scherzato col pubblico, mostrando che le esecuzioni un po' grezze sono certo causate dagli acciacchi dell'età ma anche una certa dose di istrionismo fa ancora la sua parte.
L'acustica dell'Auditorium ha fatto il suo dovere, consegnandoci chiaramente la poca voce di Rodriguez (anche se, anche in questo caso, qualche dubbio rimane, visto che ha fatto un paio di strofe di Lucille a pieni polmoni e la voce lì c'era eccome), ma l'ambiente non era certo l'ideale per quella piccola band (chitarra, basso, batteria) raccolta attorno al cantante immobile: un ambiente ancora più intimo, con un palco più piccolo, i musicisti più vicini, e magari solo un centinaio di spettatori, ci avrebbe certo facilitato il compito di volare con la fantasia nella Detroit dei primi anni '70. Ieri sera invece c'è voluta una dose extra di immaginazione, ma in più di un'occasione ci siamo arrivati lo stesso. Come detto, la voce non sarà potente, ma è suggestiva quanto basta per interpretare come si deve il repertorio dei pezzi migliori di Cold Fact e Coming From Reality, i due album di Rodriguez. A rimpolpare la scaletta, una manciata di cover tra le quali a mio parere Fever e Unchained Melody, entrambe in un'esecuzione "non canonica", sono state le migliori.

Ecco, credo che la morale, alla fine, sia questa: la TV ci ha rovinato il concerto. L'ha "rovinato" permettendo a Rodriguez di riempire una sala di (tele)spettatori (che senza Searching For Sugar Man se ne sarebbero stati a casa a guardare X Factor suore canterine a The Voice) snaturando la sua immagine e il suo repertorio, adatti ad ambienti più raccolti. E l'ha rovinato convincendo inconsciamente tanti spettatori di essere andati a sentire i pezzi della colonna sonora del documentario, coi loro arrangiamenti con gli archi, mentre invece sul palco c'era un fragile messicano di Detroit di settant'anni, con la sua chitarra, una manciata di grandi canzoni e quarant'anni on the road (letteralmente) sulle spalle. Più rock di così...

1 comment:

Anonymous said...

Articolo molto bello.