Apr 30, 2014

La burocrazia fa male anche a te, dille di smettere.

Io lavoro per un'azienda statunitense, e fino a qualche mese fa ero formalmente impiegato presso la succursale italiana di un'agenzia inglese che si occupa di aprire ragioni sociali in paesi esteri per le aziende USA che non vogliono accollarsi le complicazioni del caso. Da non molto sono invece passato sotto un'azienda "italiana" a tutti gli effetti. Non che formalmente ci sia alcuna diversità di trattamento, eh! però mi ha stupito la differenza tra il contenuto della busta paga compilata dall'agenzia UK e quella preparata dall'azienda italiana.

UK, 7 voci:
Italia, 28 voci:


Apr 20, 2014

Rassegna stampa 2/2: genitori

Ho recentemente letto di questa vicenda, in cui una famiglia è stata soccorsa in mezzo all'Oceano Pacifico perché la figlia di un anno d'età è stata colta da forte febbre. I due deficienti avevano con sè anche l'altra figlia, di tre anni.
Non sto a dilungarmi, ma sono d'accordo con questo: "James Gardner, 56, a fisherman from Oceanside, Calif., who said he had spent 45 years on the sea and now owns a bait shop near the docks, called the decision to take such young children on such a journey “ridiculous.” “Teenagers, maybe, but kids of those ages — I think it was asinine".
Io sono a favore di abituare i bambini a correre qualche rischio -controllato- e ad abituarsi al più presto ad essere indipendenti, ma molti genitori interpretano questa missione come un "tutto è permesso" che non ha alcun senso. Fatte le debite proporzioni, mi ha ricordato la storia che un conoscente mi ha raccontato recentemente, di quando, sull'aereo di ritorno da una vacanza all'estero, al decollo, suo figlio di due anni si è messo a urlare, ha vomitato, si è rifiutato di stare seduto e di farsi allacciare la cintura di sicurezza e infine si è cagato addosso, mentre il genitore litigava con la hostess rischiando di farsi arrestare. A me sembra criminale costringere dei bambini non autosufficienti in situazioni come questa. Non ve l'ha mica ordinato il dottore di andare in Messico con un poppante; vorrà dire che per qualche anno andrete a Pinarella di Cervia, non c'è niente di male.

In qualche modo, la vicenda di Charlotte ed Eric Kaufman (i due sorridenti imbecilli dell'articolo suddetto) mi è tornata in mente alla lettura degli articoli seguenti la decisione della Corte Costituzionale sulla Legge 40. Io credo che ognuno sia libero di dare il proprio giudizio morale sulla questione della fecondazione eterologa, e contemporaneamente credo fermamente che 1) cercare di vietare per legge pratiche del genere sia fondamentalmente inutile, nel momento in cui nella nazione a fianco tali divieti non esistono, e per questo si traduca in un divieto di fatto solo per chi certi viaggi e trattamenti non se li può economicamente permettere, e credo che i divieti fatti per favorire i più ricchi siano particolarmente odiosi; 2) come in tutti i temi riguardandi la procreazione (dalle tecniche assistite all'aborto), viene fatto un abuso del concetto di "obiezione di coscienza", sfoderandolo solo quando fa comodo a questa o quella gerarchia di potere; credo che i medici siano in primo luogo responsabili verso la scienza e verso il paziente, e in secondo luogo verso le leggi del paese dove operano; se la religione invece impone loro di fare altrimenti, personalmente non credo ci sia posto per loro in uno Stato laico.
La cosa su cui però sono in forte disaccordo con molti di quelli che esultano per l'approvazione della fecondazione eterologa è che fare un figlio sia un diritto. Credo che parlare di diritto sia improprio, e sia una forzatura fatta in malafede (o ignoranza) proprio da quelli che di questo "diritto" vogliono usufruire. Fare un figlio è un "diritto" nel senso che non mi può essere impedito di farlo da enti esterni come lo Stato, come ad esempio con la politica del figlio unico che c'era in Cina. "Diritto" non significa che ogni mezzo è lecito per averlo. Mi suona sempre un po' stonato parlare di "diritti" quando si tratta di cose che la natura ci ha dato o meno. Ho diritto ad essere curato se sono malato. Ho diritto a vivere una vita sana. Ma ho diritto ad avere un figlio se la natura non me lo dà? Ho diritto a volere un figlio, non ho diritto ad averlo. La distinzione può sembrare sottile, ma è sostanziale: se accettiamo che avere un figlio sia un diritto, allora, beh, perché non istituire un ente apposito che ne fornisca uno a chiunque ne faccia richiesta?
Parlare di diritto ad avere un figlio in questo modo a me sembra un atteggiamento prevaricatorio dell'aspirante genitore verso la natura e verso il nascituro. Ecco, a me sembra che i genitori Kaufman di cui sopra pensassero non solo di avere il diritto ad avere due figli, ma anche di avere il diritto di portarli in barca in mezzo al Pacifico.
Potrei io affermare che è un mio diritto partecipare alla finale dei 100m piani alle Olimpiadi? 

Fortunatamente per la mia sanità mentale, mi capita di leggere anche cose che condivido, come l'articolo "Ripensare la procreazione assistita" di Jacques Testart pubblicato in italiano su Le Monde Diplomatique di Aprile proprio dal Manifesto.


Ne cito qualche passo; senza sfociare in distanti orrizonti distopici, vale la pena di ricordare che "una forma di eugenetica è già in atto, per esempio quando la biomedicina sceglie un donatore di sperma geneticamente corretto per abbinarlo a una donna ricevente, o quando sceglie tra gli embrioni quello che è più conforme a una domanda che non è sempre medicalmente giustificata". E, in un passaggio chiave: "che significa la rivendicazione di un «diritto al bambino» tramite assistenza medica, soprattutto se non è giustificata dalla sterilità? Invece di cercare risposte umane, come l’inseminazione semplice, essa si rivolge all’apparecchiatura biomedica, come se fosse l’unica soluzione. C’è forse un rapporto fra il «desiderio di un figlio» e la pulsione di consumare oggetti di ogni sorta, tipica della nostra epoca di «traboccante» liberismo?". Trovo il resto dell'articolo altrettanto condivisibile.

Rassegna stampa 1/2: rom

Sul numero di Aprile 2014 di Nigrizia ho trovato questo articolo di Alex Zanotelli intitolato "La passione dei rom", che mi ha colpito per le sue scene di guerra urbana, ruspe ed esodo.

L'articolo cita un episodio analogo nel 2008. Ma la cosa che mi lascia senza parole di fronte alla miopia criminale con cui cittadini e istituzioni (non) affrontano il problema dei rom è che, mentre cercavo una copia online dell'articolo per linkarla qui, ne ho trovato un'altro praticamente identico risalente al 2010: "La Pasqua dei rom".
Comunque la si pensi sui rom, non è con le ruspe o le bottiglie incendiarie che si risolve il problema.

Apr 19, 2014

Common knowledge

Sto leggendo Storia delle terre e dei luoghi leggendari di Umberto Eco, ed è spassoso, a volte forse involontariamente: "come tutti sappiamo, una delle materie del Quadrivio insegnato nelle scuole medievali era l'astronomia".
Fantastico.

Apr 12, 2014

Umberto Tozzi in concerto

Ieri sera una folla di carampane ipereccitate ha trattenuto a stento l'entusiasmo per la prima ora del concerto di Umberto Tozzi al Teatro della Luna ad Assago, riversandosi sotto il palco all'inizio della seconda parte dell'esibizione, quando Umbertone ha sparato a raffica tutti i suoi successi più classici. La serata è stata divertente, la caratteristica voce di Tozzi più o meno c'è ancora, nonostante l'abbondante uso di echi e lo sfruttamento svergognato dell'incontenibile karaoke delle suddette fan. La band a mio parere non ha scelto il suond giusto, con un abuso di beat da sintetizzatore e una chitarra spesso fuori posto, e ha un po' penalizzato i brani più rock, per i quali sarebbe stato più adatto un suono più grezzo.
Per quanto mi riguarda, comunque, soprattutto se ascolto i gruppacci italiani di capelloni negri e amari, il rock italiano continua ad essere Stella Stai.

Apr 8, 2014

La mia agenda digitale

La mia agenda digitale è un'agenda nella quale, ogni giorno, c'è scritto di chiamare il 187 per chiedere lumi sullo stato della mia linea ADSL 20Mbps.
Siccome sarò fuori casa per un paio di giorni, mi appunto qui la prima parte di questa nuova saga.
Tutto iniziò così: dopo aver sopportato per parecchio tempo un'ADSL dalle prestazioni deprimenti, raggiunta l'abissale velocità di poco meno di 2Mbps, mi accingo al passo che già so non mi porterà altro che mal di stomaco: chiamare il 187.
Chiamo il 3/4, loro "resettano" la linea e la velocità risale a 11Mbps.
Il 4/4, alle 14.30, la linea si disconnette; ritorna su e la velocità è scesa a 7,7Mbps.
Il 5/5 si disconnette di nuovo: ora siamo a 1,5Mbps. Richiamo quindi il 187, altro reset e ritorniamo a 10.8. La signorina dice che continuano a controllare e mi richiameranno. Ovviamente non li ho più sentiti.
Il 7/4, alle 18.50, la linea si disconnette: scendiamo a 4,9Mbps.
Oggi, l'8/4 alle 15.15, nuova disconnessione e mi ritrovo a 2,3Mbps. Chiamo il 187: al primo tentativo, non so per quale ragione, il risponditore automatico mi chiede di inserire "per tutelare la mia privacy" gli ultimi 5 numeri del numero fattura sull'ultima bolletta; non riesco a recuperare la bolletta in tempo e quindi vengo retrocesso al menù iniziale, dove dopo una lunga attesa mi risponde una signorina che mi dice che il numero della bolletta me l'hanno chiesto perché "avranno disconnesso il servizio", nel senso che "sa, i tecnici sono un po' incasinati", e che non posso far altro che richiamare "domattina". Io metto giù e richiamo, e raggiungo l'assistenza tecnica senza intoppi - a parte l'assistenza tecnica stessa. Devo rispiegare tutta la storia alla signorina, che non capisce nulla di reti e si limita a seguire la sua procedura che le consiglia cose demenziali tipo assicurarmi che non ci sia nessun pc connesso alla linea, e che se ci sono altri apparati connessi al wi-fi "è normale" che ci siano dei rallentamenti. La signorina chiede anche consiglio al suo "responsabile" (io ovviamente sento tutto, comprese le chiacchiere con le sue colleghe che lei fa mentre io riavvio il modem e lei, ignara del pulsante "hold" mette la mano sulla cornetta), e il suo responsabile, altro ignorante, conferma che, in estrema sintesi, ma cosa voglio mai pretendere se utilizzo il wi-fi! Vagli a spiegare che la lentezza è a monte del mio router, non a valle... cosa vuoi che ne capiscano loro. Totale, dopo 40 minuti al telefono, ennesimo reset e la velocità torna a 10,7Mbps.
"La segnalazione è stata fatta, quindi non ci resta altro da fare che aspettare i colleghi che stanno verificando".


Apr 7, 2014

Mythbuster

Ce n'è voluto di tempo, ma pian piano anche i miti creati intorno ai Mac iniziano a crollare. Ovviamente i fanboy diranno che loro no, non hanno mai fatto nulla per propagandare questi miti, e anzi, che no, non c'è mai stato nessun mito e se tu ti eri fatto delle aspettative, beh, sei un fesso e te lo meriti.
Comunque, uno dei maggiori miti riguardo OSX è quello della disinstallazione delle applicazioni. La cosa ovviamente dovrebbe essere sempre suonata un po' sospetta a chi ne capisce un minimo di informatica: "scusa, ieri ho installato la mia prima applicazione sul Mac, ma non vedo nessun unistaller! come faccio a disinstallarla?" - "oh beh, sul Mac è facilissimo, basta trascinare nel cestino l'icona dell'applicazione!" - "Ah bello, ma scusa, come fa il Mac a sapere quali sono tutti i file da rimuovere?" - silenzio.
Beh, ora finalmente sono incappato in qualcuno che ha il coraggio di dire le cose come stanno: "One thing that people commonly do is simply drag an application to the trash. Fortunately, that actually works in a lot of cases. However, in other cases, this is an abysmal failure, leaving sometimes dozens of other components of the software actively running."
In estrema sintesi, l'articolo dice che:
- disinstallare cancellando l'icona dell'app non sempre funziona;
- i vari software sedicenti uninstaller sono tipicamente delle fregature (e tra l'altro, il fatto stesso che venga spesso utilizzata l'esca del "Mac lento? scarica il nostro Mac Cleaner!" significa che il problema esiste eccome);
- se lo sviluppatore non ha incluso un unistaller decente o l'app non è stata installata tramite l'app store, beh, siete fregati.

Apr 4, 2014

Laibach in concerto

Alle 22.30 in punto, come da programma, si interrompe lo swing che fino a quel momento aveva fatto compagnia allo sparuto drappello di avventori del Live Club di Trezzo Sull'Adda e qualche secondo di una registrazione marziale del Te Deum di Charpentier annuncia l'arrivo sul palco dei Laibach, che gelidamente si apprestano ai propri strumenti (batteria tastiere e svariati aggeggi elettronici) e prontamente attaccano Eurovision, dall'ultimo album, col suo esplicito e minaccioso refrain "Europe is falling apart".
La prima parte del concerto continuerà sui binari un po' meno brutali del resto di Spectre, che nel repertorio della band di Lubiana è uno dei momenti più "melodici" e concede qualcosa, da un punto di vista strettamente musicale, a una trascinante dance tecno fino all'efficace episodio pop di The Whistleblowers.

Le interpretazioni vocali, seppur ammorbidite dalla presenza di una voce femminile, rimangono declamazioni stentoree di testi a volte violentemente provocatori ("No god no rules to scare you all") a volte tragicamente sarcastici.

E' un peccato mortale che al concerto di ieri sera abbiano assistito poco più di un centinaio di persone, perché la qualità delle esecuzioni e della messa in scena è stata di alta qualità per tutta la serata. L'acustica del Live è stata più che buona per gran parte del tempo, anche se la sala vuota non ha certo facilitato il compito dei tecnici, impegnati a tenere il volume alto a sufficienza da mascherare il rimbombo dei toni alti dal fondo sala ma non così tanto da far tremare le viscere degli spettatori con gli apocalittici bassi dei brani più pesanti.

I Laibach sono una macchina di provocazioni basate sulle contraddizioni, dall'estetica militarista alla freddezza dei personaggi sul palco, ai messaggi registrati con la voce growl che in inglese teutonico scimmiotta gli stereotipi del concerto rock: "We love you. You are a wonderful audience. Everybody to the left say oh oh" e via dicendo. Non una parola o un sorriso sulle bocche dei musicisti.

Dopo un'ora di Spectre e un intermezzo cronometrato di 10 minuti, all'annuncio di "...and now for something completely different", la seconda parte della serata si è invece concentrata sul repertorio "classico" dei Laibach, iniziando, molto gentilmente, con la loro versione del Canto Degli Italiani, commentata visivamente dai titoli di coda di La Dolce Vita e Salò e altri richiami cinematografici al nostro paese.

Oltre ai pezzi più vecchi, meno "facili" alle orecchie poco allenate, un po' di tregua è stata portata dalla parentesi dedicata alla colonna sonora di Iron Sky.
Sebbene "divertente" sia il termine meno adatto per descrivere un concerto dei Laibach, quello di ieri sera ha pienamente trascinato e soddisfatto i pochi presenti, e spiace che uno spettacolo di così alta qualità abbia un riscontro commerciale minimo, soprattutto visto il fatto che Spectre è moderatamente pop e dal vivo guadagna ulteriori punti. Spezziamo una lancia anche a favore della perfetta esecuzione, supportata da un parco uso di basi, che, a dispetto del luogo comune (solitamente perpetuato da rockettari ignoranti e strimpellatori) della fredda musica elettronica, ha coinvolto il pubblico a 360 gradi.

Un aspetto parzialmente nascosto e non trascurabile nella ricerca di una chiave (una delle chiavi) di lettura dell'esibizione dei Laibach è rappresentato dalle tracce di cultura pop disseminate lungo il percorso come briciole di Pollicino: dalla citazione Monty Phyton segnalata sopra alla cover di Ballad Of A Thin Man, ad altre, fino al "That's all, folks" con cui la voce ha chiuso lo spettacolo dopo circa due ore. Proprio il pezzo di Dylan è risultato particolarmente azzeccato e le allucinazioni di Mr. Jones perfettamente trasportate nel mondo sonoro distopico dei Laibach.




Tanz mit Laibach!