Sep 7, 2014

Globalizzazione

Ho letto recentemente due editoriali, su testate di orientamento decisamente divergente, trattare il tema del "fallimento" della globalizzazione, e la cosa mi ha sorpreso e un po' preoccupato.
Philip Stephens sul Financial Times analizza l'attuale scenario politico-militare alla luce dei recenti avvenimenti in Ucraina e non solo ("The world is marching back from globalisation"). Stephens dice che "history will record that sanctions against Russia marked the start of an epochal retreat from globalisation" e partendo dall'invasione russa della Crimea sostiene che la Russia si può permettere questi comportamenti inaccettabili solo grazie all'esitazione di Europa e USA e che, fondamentalmente, la NATO dovrebbe intervenire militarmente. Qualcuno ha un deja vu? 1914? 1939?
E ancora: "Then came the crash. Finance has been renationalised. [...] Global capital flows are still only about half their pre-crisis peak. [...] The open trading system is fragmenting. The collapse of the Doha round spoke to the demise of global free-trade agreements" e via dicendo, per concludere che "abbiamo scoperto nel 1914 che l'interdipendenza economica è bastione alquanto debole di fronte all'antagonismo tra le grandi potenze".
Mentre leggevo queste righe, vedevo miei compatrioti per i quali la globalizzazione, in realtà, non è nemmeno iniziata o, forse, sta bussando alle porte chiuse delle loro relazioni personali ed economiche. Persone che guardano ancora chi gira con un velo o un turbante in testa come una presenza aliena, che si ritirano impauriti con gli occhi sgranati appena si menziona una possibile interazione umana (che so, magari in vacanza) con persone di etnie non bianche, in quanto viste come presenze esotiche, inavvicinabili e con le quali è impossibile comunicare da pari a pari. Persone che gestiscono aziende e danno lavoro, per le quali "globalizzazione" ha voluto dire solo, alternativamente, "chiudiamo la ditta e spostiamo la produzione in Vietnam" o "chiudiamo la ditta perché i cinesi ci rubano il lavoro". Mosche bianche quelli che quei mercati hanno cercato non dico di conquistarli ma almeno di entrarci, invece di subirli e basta.
E tutte queste persone, che hanno subito o addirittura fatto resistenza ai grandi movimenti globalizzatori, economici e migratori, oggi paradossalmente rischiano di ritrovarsi dalla parte del "giusto", ferme com'erano in quell'epoca medievale di frontiere segnate da muraglie e fossati alla quale sembra purtroppo che stiamo tornando.
Queste persone, chiuse nel loro ristretto orizzonte, non solo quindi rifiutano i grandi movimenti globali, ma a maggior ragione sono ignare delle proposte avanzate per modificarli, come quelle che, un po' vagamente, propone Guido Viale sul Manifesto. ("L'alternativa radicale alla globalizzazione"). "Dal con­flitto israelo-palestinese alla guerra tra Iraq e Iran, dalla Soma­lia all’ex Jugo­sla­via, dalle due guerre con­tro l’Iraq all’Afghanistan, e poi all’Algeria, alla Libia, alla Siria e di nuovo all’Iraq, e poi in Ucraina, l’esta­blish­ment dell’Occidente ha ormai perso il con­trollo delle forze che ha scatenato." Viale parla di trend che "sono desti­nati a pro­durre un cre­scendo con­ti­nuo di pro­fu­ghi, sia ambien­tali che in fuga da guerre e mise­ria, desti­nati a scon­vol­gere la geo­po­li­tica pla­ne­ta­ria": "pen­sare di affron­tare que­sti flussi con poli­ti­che di respin­gi­mento è non solo cri­mi­nale, ma del tutto irrea­li­stico. Ma avere milioni di nuovi arri­vati da «ospi­tare», con cui con­vi­vere per molto tempo o per sem­pre, a cui tro­vare un’occupazione, evi­tando di inne­scare in tutto il paese foco­lai di infe­zione raz­zi­sta [...] rende addi­rit­tura risi­bili le poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di cui dibattono i nostri governi, tutte cali­brate sui decimi di punto di Pil." E ancora: "la gover­nance europea non va più in là del giorno per giorno." Viale sostiene che queste governance non hanno un "Piano B" alternativo alla globalizzazione economica liberista, nonostante questa si provi fallimentare ogni giorno. Ed è qui che le proposte, pur condivisibili, si fanno un po' vaghe: "noi dob­biamo pen­sare e pra­ti­care nell’agire quo­ti­diano alter­na­tive che valo­riz­zino i bene­fici dell’unificazione del pia­neta in un’unica rete di rap­porti di inter­di­pen­denza e di con­net­ti­vità, ma in con­di­zioni che non fac­ciano più dipen­dere la soprav­vi­venza di alcuni dalla morte di altri, il red­dito di alcuni dalla mise­ria altrui". "Que­ste alter­na­tive ricon­du­cono tutte alla riter­ri­to­ria­liz­za­zione dei pro­cessi eco­no­mici: non al pro­te­zio­ni­smo, che non è più pra­ti­ca­bile; [...] bensì alla pro­mo­zione ovun­que pos­si­bile [...] di rap­porti quanto più stretti, diretti e pro­gram­mati tra pro­dut­tori e con­su­ma­tori di uno stesso ter­ri­to­rio." Auguri.

No comments: