12 feb 2015

Il capo

Quando ho iniziato a lavorare, nel secolo scorso, era inaudito che il tuo capo potesse essere qualcuno più giovane di te. Oggi non dico che sia normale, ma è molto più comune. E penso che sia un fatto positivo, perché l'anzianità di servizio non è un valore in sè, che va premiato a prescindere dalle effettive competenze.

E' una sfida per tutti, soprattutto per chi, relativamente "anziano", si ritrova a prendere "ordini" da qualcuno più giovane: una situazione talmente inedita e impensata da causare serie difficoltà relazionali.

Naturalmente, la medaglia ha anche un'altra faccia: spesso ci si dimentica che esistono pur sempre delle competenze, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle persone, che si acquisiscono per forza di cose solo con l'esperienza. Le professioni ad alto contenuto tecnologico sono quelle dove è maggiore il pericolo di affidare compiti manageriali a persone impreparate al ruolo. Oggi è possibile padroneggiare gli strumenti tecnologici (e finanziari, ed economici) in brevissimo tempo, contrariamente a quanto accadeva e accade tuttora coi lavori manuali; un altissimo livello di preparazione tecnica può essere raggiunto in tempi brevissimi da soggetti portati e motivati, non così gli skill necessari a gestire altre persone. Da qui il rischio di avere in azienda persone preparatissime tecnicamente che rimangono comunque insoddisfatte e frustrate perché non ricoprono un ruolo "di responsabilità" all'interno dell'organizzazione, o, al contrario, magnifici nerd che vengono trasformati in manager disastrosi da una promozione inopportuna. 

7 feb 2015

Questo me lo devo segnare

Format

Qualche numero fa, Internazionale ha pubblicato questo articolo di Eric Weisbard sui format musicali, che oltre a essere una lettura interessante, contiene questa frase chiarificatrice: "Con il variare della musica cambia l'identità dell'ascoltatore e questo permette ai pubblicitari di rivolgersi a diverse categorie di consumatore."


Contrariamente a quanto potrebbe far pensare questo brano isolato, l'articolo è tutt'altro che critico rispetto i format.

6 feb 2015

Apple

Un buon riassunto di come la penso su Apple: "La vita e la morte di Apple dipendono dall'iPhone. E' un grande marchio finché non lo è più." (New York Times)

Vi spiego come mai i bambini piangono in aereo

Quando sono in aereo, pochi secondi prima che il pilota annunci "abbiamo appena iniziato la discesa verso l'aeroporto di xyz", inizio a sentire una strana sensazione alle orecchie, che non saprei come descrivere se non come il contrario di quando ti si tappano le orecchie, cioè una specie di sensazione di pressione nel condotto uditivo. Perché di questo si tratta, evidentemente: il cambiamento di altitudine dell'aereo e l'aerazione di bordo che cerca di mantenere costante la pressione all'interno. Se non intervengo, in breve tempo il malessere si trasforma in un dolore lancinante, letteralmente una lama infilata nell'orecchio, che continua fino all'atterraggio.
L'unico modo per evitare la sofferenza è di "compensare" come fanno (credo) i sommozzatori: tappandosi il naso, "soffiare" tenendo chiusa la bocca, come a cercare di far uscire l'aria dalle orecchie. La manovra non è molto confortevole, soprattutto le prime volte (la sgradevole sensazione di stare per far schizzare gli occhi fuori dalle orbite), ma poi ci si fa l'abitudine e basta dare una piccola soffiatina al momento giusto (cioè alle primissime avvisaglie di discesa) e tutto funziona a meraviglia.

Detto ciò, la sequenza è sempre la stessa: il pilota annuncia "tra poco inizieremo la discesa", mi si "stappano" le orecchie, io soffio, e dopo circa un minuto i bambini a bordo iniziano a piangere e urlare disperati, scatenando tipicamente la reazione degli ignari genitori, che iniziano a sballottarli di qua e di là ("dai facciamo un giretto", e lo portano in urlante processione per tutto l'aereo), raccontargli le favole, tirare fuori i giochini, dirgli loziopino loziopino e altre manovre che nel migliore dei casi si rivelano inutili e nella maggior parte non fanno altro che infastidire ulteriormente il pupo indemoniato e gli altri malcapitati passeggeri, già su posizioni erodiane per conto loro.

Lo dico più chiaramente: al bambino fanno malissimo le orecchie, soffre in maniera atroce e non c'è niente che si possa fare al riguardo. Quindi è naturale che si metta a urlare.

Quindi non c'è che una soluzione al problema: risparmiate queste sofferenze a vostro figlio, a voi stessi e agli innocenti malcapitati e non portate in aereo i bambini fino a quando non sono in grado di fare la manovra per "compensare" la pressione alle orecchie o sopportare il dolore senza urlare. "Eh ma quante storie, per una volta all'anno, che sarà mai", penserà qualche neogenitore ansioso di andare a Dubai; beh, se proprio non vi interessa evitare a vostro figlio questa mezz'ora di sofferenza, pensate almeno agli altri passeggeri, che magari in aereo ci devono andare spesso e si ritrovano ogni volta obbligati a condividere le urla della piccola vittima di turno.