17 nov 2018

Come migliorare il turismo in Liguria

Quest'anno la stampa locale ha riportato che la provincia di Savona ha registrato un calo sostanzioso delle presenze (del 4% se ricordo bene) nella stagione estiva 2018, e si prevede un ulteriore calo nel 2019.
Da otto anni trascorro i mesi di ottobre e novembre nella zona, e qualche consiglio su come porre migliorare la situazione ce l'avrei.
Ho letto dichiarazioni sensate dette dai rappresentanti di categoria, che sottolineano come tutti gli attori in campo (albergatori, pubblica amministrazione, altre aziende) debbano fare la loro parte. Tutto molto sensato, ma anche molto vago.

SEMPLIFICARE E MODERNIZZARE
Non so nel resto della Liguria, ma nel savonese sembra che un misterioso virus neurologico si sia impossessato del personale addetto alla regolamentazione dei parcheggi: in ogni area di sosta sono esposti regolamenti chilometrici che dettagliano gli orari, i giorni, le stagioni e persino le classi di utenti e i rispettivi costi orari o sub-orari. Fino a 15 minuti è gratis, ma sopra i 30 si paga x e dai 90 in poi si paga y, con valori diversi tra alta stagione e bassa stagione. I residenti pagano x, i turisti pagano y e quelli di passaggio pagano z. In molti luoghi è disponibile un'app per pagare, ma: non è sempre possibile utilizzarla; il turista occasionale non ha voglia di installare un'app per una giornata di sosta; i cartelli che segnalano la disponibilità dell'app sono sommersi dal resto dei segnali, cartelli e pubblicità varie che affollano le nostre strade, e quindi non vengono notati. Persino tra i residenti sono pochissimi a conoscere l'app.
Oltre a semplificare i regolamenti, strade e parcheggi vanno ripuliti dalla cacofonia di cartelli, indicazioni e pubblicità multicolori che rovinano il paesaggio e confondono il visitatore. 

L'unico comprensorio che non ha registrato un calo delle presenze è quello di Finale Ligure, meta di escursiosisti da tutta Europa. E' deprimente vedere come persino a Finalborgo, affollato, a ottobre, al 90% da turisti stranieri, quasi tutti i bar non accettino bancomat o carte di credito per i pagamenti, figuriamoci altrove. Il visitatore in Liguria si ritrova costantemente con le tasche piene di monetine. I bancomat peraltro sono molto rari. Siamo stufi di sentire i commercianti lamentarsi delle "alte" commissioni applicate dai circuiti delle carte di credito. Al turista non gliene importa un tubo dei costi del commerciante: il turista ha bisogno di semplicità e di non avere l'assillo di rimanere senza contanti. Le carte di credito e i sistemi di pagamento contactless vanno adottati a tappeto, senza se e senza ma.
Questo vale ovviamente anche per le amministrazioni comunali. E' semplicemente ridicolo che in una località come Alassio, che vorrebbe attrarre una clientela danarosa, non si possa pagare il parcheggio con la carta di credito.

INFORMARE E ACCOGLIERE
Il turista è, in generale, abbandonato a sè stesso. Non esistono indicazioni su come utilizzare i mezzi pubblici di trasporto, o su come scoprire itinerari di visita, e persino nel succitato "regno dell'outdoor" di Finale si presume che il turista si sia preparato la permanenza per conto proprio, perché non c'è traccia di indicazioni utili a guidarlo, ad esempio, verso il sentiero x o l'ente y o il museo z. O forse ci sono ma sono sommerse dalle onnipresenti e orrende indicazioni commerciali per il supermercato taldeitali o la toelettatura pincopallino, cose che si possono ormai trovare facilmente con una ricerca su google e non dovrebbero più necessitare di migliaia di cartelli sparsi ovunque. La mancanza di cura della propria presenza online è una caratteristica tutta italiana, ma in una regione fortemente votata al turismo è imperdonabile.
Chi passa per caso da Borgio Verezzi non vede alcuna indicazione della presenza delle grotte, se non va a cercarsele.
E' pressoché totale l'assenza di cartelli bilingue. Gran parte dei ristoranti sono dotati di sgangherati menù in inglese, anche se qualcuno pensa ancora che sia una buona idea presentare al turista un menù scritto in dialetto, che fa tanto "local" ma risulta incomprensibile ai più, specialmente nelle acrobatiche traslitterazioni della fonetica ligure. I menù vanno benissimo in italiano: è tutto il resto che va reso disponibile almeno anche in inglese. E' anche imperdonabile che esistano ancora ristoranti che impiegano personale che non parla l'inglese. E' imperdonabile che, nel 2018, qualcuno sotto i 40 anni non sappia sostenere una piccola conversazione in inglese.

L'ALTA STAGIONE
Gli italiani non concepiscono che qualcuno possa voler andare in montagna d'estate o voler fare le ferie al mare "d'inverno", e questo si riflette nell'atteggiamento degli operatori turistici. Il tempo di ottobre permette ancora di passare giornate in spiaggia, ma il 90% degli stabilimenti balneari ha già sbaraccato e abbandonato -letteralmente- le spiagge. Gli stabilimenti balneari -e non solo- considerano la stagione estiva come il periodo in cui spremere più soldi possibili al turismo di massa, concentrandosi più sulla quantità che sulla qualità. Le famigliole che affollano i bagni marisa standosene gomito a gomito sulle loro sdario costituiscono una fonte di soldi facili, ma cosa succede se il volo per Sharm El Sheikh diventa più conveniente dei prezzi esorbitanti fissati dai nostri amati concessionari del suolo pubblico? La risposta sta ovviamente nel cambiare mentalità, e accogliere il turista con servizi di qualità sia a luglio/agosto che in seguito. Che si tengano aperti gli impianti balneari fino a ottobre, che si tengano aperti ristoranti e negozi tutto l'anno (eresia! sarebbe necessario assumere più personale!), che si punti sulla qualità tutto l'anno e non sulla quantità solo a luglio e agosto.
In Liguria si può pranzare all'aperto 8 mesi all'anno, e nei restanti ci sono tantissime occasioni culturali indoor che aspettano di essere opportunamente valorizzate: non si capisce perché debba esserci una stagione "alta" e una "bassa". Il Museo Archeologico di Finalborgo, ad esempio, è un'eccellenza che dovrebbe richiamare frotte di visitatori ma i suoi tabelloni esplicativi sono solo in italiano.

L'URBANIZZAZIONE
Ogni inverno qualche zona della Liguria finisce sulle prime pagine dei giornali nazionali per qualche disastro ambientale, solitamente un'alluvione o una frana disastrosa. E ogni anno i giornali spiegano che la causa è l'eccessiva cementificazione e che la cura è il blocco dell'urbanizzazione e il risanamento delle zone più abusate. E ovviamente ogni anno il turista continua a passare di fronte agli ex stabilimenti industriali abbandonati e decrepiti, ai vecchi alberghi vuoti, alle vecchie case con le finestre murate, e continua a ricevere le pubblicità dei nuovi "borghi" di "ville vista mare" costruiti in posizioni sempre più impervie.
Basta. Tutto questo fa schifo. L'arma vincente della Liguria sono i suoi borghi medievali. Il resto fa schifo. I palazzoni di Borghetto fanno schifo. L'ex Piaggio di Finale fa schifo. Gli ex cantieri navali di Pietra fanno schifo. L'enorme Ospedale Marino Piemontese che sovrasta Loano è un'area bellissima lasciata al degrado totale che fa male al cuore. Coi suoi alberghi abbandonati, a Ceriale sembra di essere a Mogadiscio.
E' qui che ci vogliono le ruspe.
Che si ripristinino le pinete. Che si blocchi ogni nuovo progetto, e si ristrutturino invece le centinaia di strutture inutilizzate.
Che si alzino le tasse locali sulle seconde case e si usino gli introiti per migliorare lo stato delle strade e le facciate dei palazzi.

Da anni le palme della zona sono assediate dal punteruolo rosso, che se le sta mangiando tutte. Mentre gli amministratori e gli imprenditori locali continuano a dibattere sul da farsi e su come tutelare il "brand" (inesistente) di "Riviera delle palme", i lungomare si riducono sempre più a lunghe parate di alti tronchi fallici di palme decapitate in attesa di abbattimento. Una situazione che andrebbe risolta in fretta e furia viene trascinata invece per anni, e fa niente se i lungomare sono brutti. Queste palme hanno cent'anni: che le si tagli e le si rimpiazzi con agrumi, o pini marittimi, o qualunque altra pianta autoctona, visto che la regione è baciata da un clima fantastico che permette la crescita di qualunque cosa si ficchi per terra.

IL MUGUGNO
E' un luogo comune, e come tutti luoghi comuni è una generalizzazione ingiusta ma ha anche un'origine veritiera. I commercianti e gli operatori turistici liguri sono spesso sorridenti e accoglienti, ma al turista capita ancora troppe volte di essere "accolto" come una scocciatura, e di essere trattato come si trattano le vacche alla mungitura: minimizzare lo sforzo, massimizzare la resa. Se è un martedì sera di ottobre e la pizzeria è vuota, perché far sedere la coppia di turisti nel tavolo da due in un angolo scomodo mentre il tavolo da quattro a centro sala rimane vuoto tutto il tempo? Perché non togliere un tavolo e far stare tutti più comodi? Perché non accogliere ogni passante con un sorriso? Capisco che il mestiere del ristoratore è uno dei più duri, ma non deve diventare una condanna autoimposta. Passare da due dipendenti a quattro probabilmente non raddoppierà gli incassi, ma sicuramente, con una gestione corretta, può rendere la vita più facile ai proprietari, con la conseguente diminuzione del mugugno e aumento dei sorrisi.

10 nov 2018

E-mail: you're doing it wrong

Mi arriva questa mail:
mittente: "SC-BATCH"
oggetto: "SAPLSTXBE /20181109/180117"
corpo del messaggio: vuoto.
allegati: 1.txt e SAPLSTXBE%20_20181109_180117.pdf.

Ogni esperto di sicurezza informatica, anzi ogni utente di posta elettronica, anzi ogni persona di buon senso vi dovrebbe dire di non aprire tale messaggio e men che mai scaricare o aprire l'allegato. Gli indizi di un tentativo di phishing ci sono tutti. Meglio cancellare il messaggio e catalogarlo come spam.

Pero' guardando bene vedo che il mittente e' SC-BATCH@ferrovienord.it e mi viene un dubbio. Ferrovie Nord esercisce il servizio di car sharing E-vai che ho utilizzato qualche giorno fa. Questa potrebbe essere la fattura. E infatti lo era.

Questo tipo di comunicazioni purtroppo non e' infrequente da parte di aziende italiane. Se vogliamo che gli utenti siano educati a distinguere i messaggi pericolosi da quelli innocui, le aziende dovrebbero per prima cosa fare in modo che i propri messaggi appaiano legittimi. Ora non chiedo firme digitali o chissa' che: mi bastava un semplice "buonasera signore, in allegato trova la fattura relativa al servizio xyz utilizzato il giorno x alle ore x.".

4 nov 2018

Come comportarsi in aeroporto e in aereo - parte 2

Continua dalla parte 1.

ALL'AEROPORTO
Passati i controlli di sicurezza, localizzate i monitor che indicano lo stato dei voli e trovate il vostro. In quasi tutti i posti del mondo, i voli sono indicati in ordine orario, mentre negli USA sono indicati in ordine alfabetico di località. Capite dov'è il vostro gate d'imbarco e, a meno che abbiate molto tempo a disposizione, dirigetevi verso di esso. Trovato il gate, se non c'è ancora personale che sta preparando le procedure d'imbarco, sedetevi da qualche parte dove si possa tenere d'occhio il gate o i monitor, in caso di cambio di porta d'imbarco o di ritardo. Prestare attenzione agli eventuali annunci. Non è necessario sedersi davanti al gate. Non è nemmeno necessario stare in piedi davanti ad esso.
Al gate, i passeggeri si dividono in due categorie: quelli a cui piace stare mezz'ora in piedi davanti al gate e quelli a cui non piace. Io francamente non ho mai capito il masochismo della prima categoria. Unica giustificazione per l'appostamento davanti al gate sono le occasioni in cui (solitamente perché si sa che all'arrivo saremo di fretta o perché il volo è lungo) è assolutamente necessario trovare posto nelle cappelliere per il proprio bagaglio. E' purtroppo normale che gli ultimi a salire abbiano difficoltà a trovare posto per il bagaglio. Normalmente, questo non è un gran problema, ma in certi casi potrebbe esserlo. Anche qui, sta a voi sceglierei come aumentare il comfort del vostro viaggio.
Una nota importante: contrariamente a quanto si crede, l'annuncio "vi preghiamo di rimanere seduti" fatto dal personale di terra non significa "alzatevi tutti immediatamente e affollatevi davanti al gate". Significa bensì "state seduti e prestate attenzione a ciò che stiamo per dirvi". Ciò che vi diranno è che le famiglie con bambini piccoli possono passare davanti a tutti e imbarcarsi per prime, e che i passeggeri che hanno precedentemente richiesto assistenza (ad esempio la sedia a rotelle) potranno fare altrettanto. Si procederà quindi a imbarcare il resto della mandria, in un ordine prestabilito, che va rispettato. Per primi entrano i frequent traveller delle classi più alte, poi i frequent traveller delle classi meno alte e quelli di classe business, e poi gli altri passeggeri, spesso divisi per zone. La zona è indicata da una lettera scritta sulla carta d'imbarco, e solitamente divide i passeggeri a seconda della fila in cui sono seduti. Se sta imbarcando la zona 1 e il vostro biglietto dice zona 4, toglietevi dai piedi. Lo so, lo so, siamo italiani, però sforziamoci lo stesso: guardate come stanno in coda gli altri popoli e provate a imitarli. Ci sono altri connazionali che sgomitano per passare davanti? lasciateli andare e cercate di formare una fila decente. Ce la possiamo fare.
Zona o non zona, è buona norma che chi siede in fondo all'aereo entri per primo e chi siede davanti entri per ultimo. Se uno ci pensa, è perfettamente ragionevole, no? Si minimizza il fastidio che si arreca al prossimo.
Quindi, anche se l'imbarco non viene fatto per zone, se siete seduti nelle prime dieci file dell'aereo ve ne potete stare comodamente seduti e lasciar salire tutti gli altri.
Un'ulteriore ragione per starsene seduti è che spesso "l'imbarco" inizia prima che le porte dell'aereo siano effettivamente aperte, col risultato che dopo essere stati in coda davanti al gate, si rimane in coda davanti alla porta dell'aereo, o peggio ancora all'interno del finger di collegamento che, a seconda dell'aeroporto o della stagione, può trasformarsi in una stalla, una cella frigorifera o una serra. Altro svantaggio di "imbarcarsi" per primi è che se invece del finger c'è il bus navetta, il primo bus sarà riempito all'inverosimile e l'attesa e il viaggio, per quanto brevi, saranno tra i meno gradevoli. Standosene invece comodamente seduti spesso accade che l'ultima navetta sia semivuota e ci si possa stare senza sgomitare. Un'altra piccola nota che pare sfuggire ai più è che spesso l'ultimo che sale sulla navetta è il primo a uscire.
Una nota importante riguardo i bus navetta: una volta entrati, non ci si pianta lì in mezzo alla porta come delle statue, bensì ci si sposta in fondo alla navetta, in modo da permettere l'entrata degli altri passeggeri. Mi sorprende sempre l'atteggiamento letteralmente disumano di chi se ne sta in mezzo a un autobus affollato ignorando completamente la presenza di altre persone che vogliono (non solo vogliono, ma DEVONO) entrare. Ve lo dico chiaramente: fate spazio al prossimo. Lo zaino va tolto dalla schiena e tenuto a terra in mezzo alle gambe: a nessuno piace ricevere in faccia lo zaino altrui. Reggersi alle apposite maniglie. Se ci sono posti a sedere liberi, sedersi. Il cretino che si pianta davanti al sedile senza sedersi (quindi occupando da solo sia il sedile che lo spazio di una persona in piedi) è una specie diffusissima a tutte le latitudini ma dobbiamo impegnarci tutti per eradicarla. Spesso dietro ai sedili c'è posto per appoggiare i trolley.
Anche qui, purtroppo, gli umani si dividono in due categorie: quelli a cui piace la folla e quelli che invece no. Se vi piacciono le situazioni affollate, considerate comunque che c'è qualcuno a cui non piacete voi, e cercate di non dargli fastidio.

SALIRE A BORDO
Quando si raggiunge l'aereo tramite bus navetta, può capitare che si possa salire a bordo sia dalla scala anteriore che da quella posteriore. In tal caso: se si è seduti verso il fondo è meglio salire dietro, mentre se si è seduti verso il davanti è meglio salire davanti. E' affascinante come a molti continui a sfuggire l'utilità di questo meccanismo.
Saliti a bordo e trovato il proprio posto, avviene quello che tuttora sembra uno dei momenti più difficili dell'intera esperienza del viaggio aereo: il posizionamento del bagaglio e l'utilizzo delle cappelliere (cioè gli scomparti sopra la vostra testa). Ecco come comportarsi:
- inserire il proprio trolley nello spazio sopra il proprio sedile. Non utilizzare il posto sopra il sedile altrui. Soprattutto, mai e poi mai mettere il proprio bagaglio in una cappelliera di una fila dietro di voi. Se per il primo accorgimento dovrebbe essere superfluo fornire altre spiegazioni, per quanto riguarda il secondo la motivazione, d'importanza vitale, è che al momento dell'atterraggio, in quanto purtroppo la maggior parte dei viaggiatori continua a scattare in piedi immediatamente, sarà impossibile procedere controcorrente e recuperare il proprio bagaglio. Se anche voi foste quel tipo di persona per la quale non è un problema sgomitare tra decine di estranei e sbattergli addosso il vostro trolley, sappiate che nessuno gradisce questo vostro comportamento. Se invece per voi non è un problema aspettare che scendano tutti prima di riuscire a recuperare il vostro bagaglio, fate pure, vi applaudo.
- tenete con voi borsette, borsettine, borse del duty free, zainetti e tutti i bagagli di piccole dimensioni: li infilerete sotto il sedile davanti a voi o li terrete in grembo. Così facendo, eviterete che vengano schiacciati dai trolley altrui e lascerete spazio libero nelle cappelliere per chi ne ha bisogno.
- soprattutto, per l'amor del cielo, non mettete mai il soprabito, il giubbotto, la pelliccia, il cappello nelle cappelliere (eh sì, a dispetto del nome). Sappiate che se ce li mettete non solo state occupando un sacco di spazio che servirebbe ad altri, ma che arriverà inesorabilmente qualcuno che infilerà il proprio trolley bagnato e sporco sopra il vostro barbour da ottocento euro. Vogliamo tutti evitare tale esperienza, quindi tenetevi i vestiti in grembo.
- se stiamo partendo per un volo di due-tre ore, non dovrebbe essere un problema tenersi in grembo o tra le gambe qualche effetto personale. Anzi, vi dirò di più: io sono alto uno e novanta e mi capita relativamente spesso di viaggiare col trolley infilato sotto il sedile davanti a me. Mi capita soprattutto quando c'è gente che mette il soprabito o la borsetta di louis vuitton nella cappelliera, ma si può fare. si. può. fare.
E' innegabile che le compagnie aeree ci costringono ormai a viaggiare in condizioni disagevoli, ma se ognuno seguisse questi accorgimenti, ci sarebbe spazio per tutti e non sarebbe necessario accalcarsi davanti al gate per salire per primi.
In generale, trovate il vostro posto e sedetevi in quello, anche se siete lontano dai vostri cari (ma non l'avete fatto il check-in online con la scelta del posto?). Solo dopo che l'equipaggio avrà annunciato che l'imbarco è completato potrete spostarvi in qualche posto libero (no, non è possibile andare in business, anche se è vuota), o chiedere ad altri di fare cambio se necessario. Considerate che chi ha scelto un posto di finestrino o di corridoio potrebbe averlo fatto per qualche precisa ragione, quindi non date per scontato che sia disposto a scambiarlo col vostro. Siate gentili ed educati. Se avete bisogno di qualcosa di particolare, o se ad esempio volete spostarvi ma non vedete posti vicino a voi, chiamate un assistente di volo facendo un gesto con la mano o premendo il pulsante apposito.

IN VOLO
Tenete sempre allacciata la cintura di sicurezza. Perché? perché sì. Ne riparliamo dopo che sarete passati attraverso una turbolenza seria.
Ricordate che non siete a casa vostra, ma in uno spazio ristretto pieno di estranei che potrebbero non gradire, ad esempio, il contatto prolungato con la vostra coscia o il vostro braccio. Non invadete lo spazio altrui. Siate educati. Non parlate ad alta voce: a nessuno interessano i fatti vostri.
Come non dare fastidio a chi è seduto dietro di voi. 
- Se avete i capelli lunghi, fate attenzione che non finiscano dietro il vostro schienale: a nessuno fa piacere avere in faccia i capelli di un estraneo per due ore.
- Evitate di agitarvi troppo per sistemarvi: lo sappiamo tutti che i sedili sono scomodi, ma ogni volta che vi rivoltate al vostro posto come una balena ricordate che dietro potrebbe esserci qualcuno col tavolino abbassato e una bevanda su di esso, oppure qualcuno che sta semplicemente cercando di guardare un film nel monitor del sedile.
- Non è obbligatorio reclinare il sedile. Disturba chi è dietro. Fatelo il meno possibile. Quando reclinate il sedile fatelo lentamente, in modo da dare un piccolo preavviso a chi se lo vedrà capitare addosso.
Come non dare fastidio a chi è seduto davanti a voi.
- Se dovete alzarvi, fate forza sui vostri braccioli, e non aggrappatevi allo schienale davanti a voi: a nessuno fa piacere sentirsi risucchiati all'indietro mentre si sta mangiando, o dormendo, o semplicemente pensando agli affari propri. Ripeto: non aggrappatevi mai allo schienale davanti a voi. Non è necessario e disturba molto chi è seduto in quel posto. Si fa forza sui braccioli, ci si ruota leggermete, ci si appoggia sul proprio schienale e si va.
- Ricordatevi che ogni volta che toccate lo schienale davanti a voi state spintonando il passeggero seduto davanti: quando abbassate o alzate il tavolinetto; quando picchiettate sul touchscreen del monitor (usate il telecomando, se c'è!); quando puntate con le ginocchia; quando rovistate tra le riviste; quando infilate una bottiglietta d'acqua nel portariviste. Fate tutte queste azioni molto delicatamente.
- Se avete bambini con voi, fate attenzione che non inizino a prendere a calci il sedile davanti o a fare altri simpatici giochi con esso.
- Se siete in un volo notturno e chi è davanti a voi reclina il sedile per dormire, non protestate e non disturbatelo: è un bel rompimento di palle ma siamo tutti nella stessa barca e lui non ha altra scelta.

BAMBINI
Questo è l'argomento più spinoso di tutti. Ricordo sempre la regola aurea dei viaggi aerei: non ve l'ha ordinato il dottore. Detto ciò, a me parrebbe ovvio non portare in aereo bambini che non riescono a stare tranquilli per la durata del viaggio. Non è obbligatorio sottoporli a questa tortura, per un viaggio che potranno tranquillamente fare quando saranno più grandi. Si suppone che ogni genitore conosca i proprio figli: se i bambini sono scalmanati, il buon senso vuole che sia sconsigliabile rinchiuderli per ore in uno spazio angusto affollato di estranei. Se i bambini sono così piccoli da non potersi spiegare se stanno male, o se hanno fame, o se hanno sonno, o se se la sono fatta addosso, e siccome hanno un anno di vita il loro unico modo per comunicare è quello di piangere, non portateli in aereo, a meno che, appunto, ve l'abbia ordinato il dottore. Ve ne sarà grato il bambino e tutti gli altri passeggeri. Ricordate che a nessuno piace sentire la puzza della cacca del vostro bambino, anche se voi ci siete abituati. Non tutti viaggiano con le cuffie antirumore per non sentire i bambini che piangono di notte. A nessuno interessa doversi sorbire le storielle che gli raccontante per tenerlo impegnato. Idem dicasi per le canzoncine dell'ipad che gli date per lobotomizzarlo tenerlo buono.
E' vero: "i bambini fanno cose da bambini", che colpa ne hanno loro? Nessuna. Siete voi che li dovete tenere a casa se non riescono a non disturbare il prossimo per la durata del viaggio.
Una nota molto importante riguarda lo sbalzo di pressione durante la discesa verso l'atterraggio: come in salita ci si "tappano" le orecchie, in discesa ci si "stappano", e la cosa può essere molto dolorosa. Un bambino soggetto a tali dolori che non è in grado di effettuare una leggera manovra di compensazione inizierà a piangere e ululare dall'inizio della discesa fino a qualche minuto dopo l'atterraggio, quindi per una buona mezz'ora. Potrete coccolarlo, parlargli, dargli il ciuccio, fargli tutte le moine del mondo, ma lui soffrirà come un cane e urlerà tutto il tempo. A voi la scelta.
Personalmente, poi, considero puro masochismo muoversi in aereo con l'inevitabile armamentario di passeggini e biberon e giocattolini vari necessari al trasporto di un bambino piccolo. Oltre a dover pagare un biglietto aereo in più per una persona alla quale del viaggio non importa un tubo, ogni spostamento diventa più complicato, lento e macchinoso. Portate in giro i bambini, abituateli a stare con gli estranei e a frequentare posti diversi da casa, ma, vi assicuro, l'aereo è il posto meno indicato per loro, almeno fino a quando non sono in grado di portare autonomamente il loro piccolo bagaglio di effetti personali e di educazione.
Come in tutte le situazioni della vita, una buona regola è quella di tenere presente quanto fastidio danno al prossimo le nostre azioni, compreso il diritto di viaggiare con bambini al seguito.

L'ATTERRAGGIO
Come già accennato, non è necessario scattare in piedi appena atterrati.
In primo luogo, bisogna stare seduti fino a quando la spia delle cinture di sicurezza non viene spenta. Perché? perché è obbligatorio. perché l'aereo potrebbe non essere ancora completamente fermo e c'è rischio di cadere, farsi male e far male al prossimo.
Una volta che é possibile alzarsi, se ci pensate un attimo capite che quasi sempre non è necessario alzarsi. Alzarsi per andare dove? a prendere il bagaglio? per metterlo dove?
Perché alzarsi quando si può stare seduti? Spesso può passare un bel po' di tempo prima che si riesca effettivamente a scendere.
Comportarsi come segue:
- stare seduti; controllare di non stare lasciando nulla nel portariviste o sul sedile;
- quando i passeggeri delle file davanti a noi iniziano a muoversi, alzarsi;
- aprire con cautela la cappelliera; "con cautela" significa usare una mano per aprirla e l'altra mano per evitare che si apra di scatto o per evitare che cadano eventuali oggetti (la borsetta di louis vuitton cade sempre);
- estrarre il proprio bagaglio, aiutare se necessario chi è vicino a noi, lasciare uscire i passeggeri delle file davanti a sé, e infine togliersi celermente di torno. La pelliccia la potete indossare comodamente una volta fuori dall'aereo.
Durante l'uscita, evitate di sostare in mezzo alle porte, ai corridoi o ai passaggi in genere. Ci sono decine o centinaia di persone dietro di voi che devono uscire. Seguite la mandria fino al primo spazio libero all'interno del terminale e solo lì aspettate eventuali compagni di viaggio se necessario. Guardatevi intorno e trovate i cartelli che indicano l'uscita, il ritiro bagagli o il controllo passaporti.
Il resto dovrebbe essere facile.

AL RITORNO
Se avete seguito tutti i consigli precedenti, il ritorno a casa procederà liscio. Se avete qualcuno che vi viene a prendere in auto, considerate che ormai gran parte degli aeroporti hanno stabilito che è possibile sostare davanti ai terminal solo per pochi minuti. Lo scopo della misura sarebbe quello di evitare ingorghi. Purtroppo l'effetto è che gli chauffeur improvvisati si inventano parcheggi spericolati appena al di fuori dell'area aeroportuale, con conseguenti disagi e pericoli per la circolazione. In ogni aeroporto ci sono parcheggi a pagamento per la sosta breve. Avete speso centinaia di Euro per un viaggio aereo, potete investirne cinque per mezz'ora di parcheggio. Consigliate ai vostri cari di usare uno di questi parcheggi e di venire ad attendervi all'interno del terminale. Potranno quindi aiutarvi coi bagagli se necessario, potrete prendervi un caffè con tutta calma, e quindi caricare tutto quanto in auto senza patemi e senza ingolfare il traffico.

3 nov 2018

Come comportarsi in aeroporto e in aereo - parte 1

Dopo aver volato più di mille volte e aver visto gli stessi errori fatti centinaia di volte, ho pensato di mettere per iscritto qualche consiglio.

PRIMA
Forse non tutti sanno che oggi è possibile organizzarsi viaggi in aereo senza dover ricorrere all'agenzia viaggi. Un buon punto di partenza è google.it/flights, ma ci sono bizzeffe di siti che vi assistono nella scelta, ad esempio Kayak. Il mio consiglio principale è che non ve l'ha mica ordinato il dottore, di prendere l'aereo (a meno che ve l'abbia effettivamente ordinato il dottore, o il datore di lavoro): a mio parere, piuttosto che viaggiare scomodi e scontenti è meglio stare a casa. Attenzione quindi a gettarsi a capofitto sulle compagnie low cost: è vero che i biglietti appaiono molto economici, ma ci sono molte insidie. In primo luogo, i bagagli, che vengono controllati molto più accuratamente per peso e dimensioni e fatti pagare extra con ogni scusa (pratica a volte truffaldina che è stata sanzionata recentemente). In generale, la low cost cercherà di appiopparvi quanti più "servizi aggiuntivi" possibile, quasi tutti inutili se non dannosi, come ad esempio lo speedy boarding di Easy Jet che non è altro che la possibilità di fare più coda di tutti, per giunta in piedi, visto che consiste nel farvi oltrepassare il gate d'imbarco prima di tutti gli altri per poi farvi aspettare come dei mammalucchi che inizi l'ingresso a bordo vero e proprio: se vi va bene attenderete dentro il terminal, se siete sfortunati starete in piedi nella vostra area del bus navetta ad aspettare tutti gli altri. Sulle low cost si sta più scomodi che sulle compagnie di linea "normali" (nonostante anche queste ce la mettano tutta, ultimamente, per maltrattare i passeggeri), perché gli aerei sono più piccoli, i sedili più rigidi, e lo spazio per gambe e bagagli minore. Sulle low cost se va bene vi danno un bicchiere d'acqua e se avete fame dovete pagare a caro prezzo il pessimo cibo da aereo, mentre le altre compagnie il pessimo cibo ve lo daranno gratis (triste eccezione è BA, che ormai offre un servizio paragonabile a una low cost). Le low cost, inoltre, sono solitamente più rigide per quanto riguarda gli orari d'imbarco (costringendo i clienti ad arrivare in grande anticipo "per sicurezza"), e spesso utilizzano aeroporti piccoli, magari difficilmente raggiungibili, o con infrastrutture carenti (parcheggi, ristoranti, aree d'attesa, eccetera). La compagnia low cost non ci penserà due volte a chiudervi il gate in faccia o a rifiutarvi l'imbarco con qualsiasi scusa, perché per loro ogni minuto passato in pista e non in volo è un costo da evitare, e soprattutto perché così dovrete rifare un altro biglietto e questa volta il cost non sarà low.
Quindi, riassumendo, non pensiate che il prezzo del biglietto sia l'unica componente del costo del viaggio: benzina e pedaggi per raggiungere l'aeroporto, parcheggio, rischio di annullamenti e, soprattutto, il vostro comfort. Sconsiglio caldissimamente le low cost per voli più lunghi di 90 minuti.

ARRIVO IN AEROPORTO
Anche in questo caso, vale la regola che il viaggio dovrebbe massimizzare il vostro comfort. C'è una bella differenza tra prendere un volo da un aeroporto a 30 minuti da casa e uno che dista tre ore: il valore del vostro tempo. Se avete la fortuna di poter raggiungere l'aeroporto coi mezzi pubblici in maniera confortevole, fatelo, ma tenete a mente quali e quanti bagagli dovrete scarrozzarvi nel tragitto. Idem dicasi se andate in auto: se qualcuno vi porta e vi verrà a prendere, buon per voi, altrimenti valutate bene quale parcheggio utilizzare. Anche qui valgono regole simili alla scelta della compagnia: è veramente low il cost del parcheggio che mi costringe a lasciare l'auto all'aperto, ad aspettare il bus navetta, a camallarmi il bagaglio su e giù dalla navetta, e a richiamarla, riattenderla e ricamallarmelo al ritorno? Informatevi sui parcheggi all'interno del terminal o adiacenti: purtroppo i siti web degli aeroporti italiani sono solitamente pessimi, ma con fatica si possono trovare anche tariffe interessanti per le lunghe permanenze.

ALL'AEROPORTO
Ovviamente avete già fatto il check-in, on line, vero? Vero? Fatelo. Fatelo sempre. Quasi sempre (se non avete scelto una low cost!) avrete la possibilità di scegliere i posti dove sedere, onde evitare di dover implorare gli altri passeggeri (che il posto se lo sono scelto!) di fare cambio. Da 24 ore prima del volo, e a volte anche prima, è possibile fare questo comodissimo passo. Ormai quasi tutte le compagnie e gli aeroporti permettono di presentare la carta d'imbarco in maniera elettronica, tramite il sito, un pdf scaricato sul cellulare, o un'app. Se state facendo il check-in online a casa, per sicurezza, stampate comunque le carte d'imbarco. Uno dei pregi della carta è che funziona bene anche se non c'è campo o se la batteria è scarica. Se avete dei bagagli da imbarcare, solitamente esiste uno sportello apposito: fate attenzione ai cartelli e dirigetevi là. Un bel sorriso al personale di terra e via che si va. Fare attenzione nel caso di voli intercontinentali: per certe destinazioni, come ad esempio gli USA, può essere necessario un controllo del passaporto prima dell'emissione della carta d'imbarco, quindi vale spesso la pena di arrivare col dovuto anticipo e passare comunque dagli sportelli check-in in aeroporto.
Una nota sui bagagli: spesso, il biglietto della compagnia di linea che avete acquistato a prezzo leggermente superiore a quello della low cost vi darà la possibilità di imbarcare in stiva un bagaglio di peso decente e di portarne uno a bordo con voi o addirittura due piccolini. Il mio consiglio è: se non avete fretta, imbarcate il bagaglio. Anche se è della misura che sarebbe accettata a bordo. Se siete in vacanza, non avete fretta, giusto? Checchè se ne dica, di bagagli se ne perdono pochi, e di furti ce n'è ancora meno. Se viaggiate in compagnia e volete andare sul sicuro, dividetevi gli effetti personali così che se una valigia va persa o è in ritardo, ognuno avrà comunque qualcosa con sé. Se viaggiate da soli, mettete un cambio di vestiti nel bagaglio a mano. Non avere il bagaglio con voi vi permetterà di muovervi più velocemente e in modo più rilassato. Non avrete nemmeno l'ansia di dover salire per primi a bordo per trovare posto per il vostro amato trolley. Soprattutto se all'arrivo dovrete passare attraverso un controllo passaporti, il tempo che perderete lì sarà solitamente sufficiente ai vostri bagagli per arrivare sul nastro di consegna.
Ormai tutti dovrebbero sapere che in Europa ci sono restrizioni sulla quantità di liquidi che si possono portare con sè a bordo: altra ragione per mettere le vostre boccette di profumo e il mignon di limoncello nel bagaglio di stiva.
Per quanto riguarda il bagaglio, scegliete trolley semirigidi: quelli rigidi, checchè se ne dica, si rompono, e quelli troppo morbidi si strappano. Idem per le valigie più grandi. Scegliete colori vivaci, così li distinguerete più velocemente sul nastro. Oppure no, continuate a comprarli neri e grigi così io trovo il mio trolley arancione al volo.
Ai controlli di sicurezza, fare attenzione a come sono distribuite le varie code: spesso ci si imbottiglia dietro una fila mentre più avanti ci sono varchi più liberi. Non c'è da avere fretta perché intanto prima o poi si passa tutti, però perché starsene fermi quando ci si può muovere? Spesso in aeroporto c'è personale che fornisce indicazioni e smista i passeggeri: tenere gli occhi aperti. Tenere a portata di mano la carta d'imbarco e anche un documento, non si sa mai. Capito? "A portata di mano" non vuol dire "in borsetta da qualche parte". Giunti al nastro del metal detector, ecco come comportarsi:
- se davanti a sè il nastro è libero, portarsi più avanti, così che altri passeggeri possano procedere coi loro bagagli;
- mettere il bagaglio sul nastro con le ruote verso l'alto: in questo modo scorrerà ben bene fino a destinazione invece di doverlo spingere facendo clac clac clac mentre si incastra sui rulli;
- a meno che stiate andando nella giungla del Borneo, lo zaino con trecento laccetti che si impigliano ovunque l'avrete lasciato a casa, quindi non aggiungo altro;
- estrarre computer, tablet e simili dal bagaglio e metterli in una vaschetta;
- togliersi la cintura dei pantaloni, l'orologio e ogni altro oggetto di metallo, metterli nelle tasche della giacca o giubbotto o meglio ancora in uno scomparto dello zaino, e mettere il tutto in una vaschetta;
- chiedere al personale se è necessario estrarre dal bagaglio la busta coi liquidi;
- chiedere se è necessario togliersi le scarpe (in Europa è solitamente possibile tenersi le scarpe sportive - altro consiglio spassionato: state andando in viaggio, non a una sfilata di moda: vestitevi comodi, evitate gli anfibi, i tacchi alti, gli stivali da cavallerizza, il giubbotto con le borchie, la collana etnica lunga un metro, il cappotto con lo strascico stile the undertaker, eccetera);
- e, soprattutto, una volta fatto tutto ciò, per carità di dio, vi prego in ginocchio e vi imploro: spingete le vostre benedette vaschette fin dentro il metal detector. Non è necessario correre immediatamente allo scanner: tanto, una volta di là, le dovrete aspettare comunque. Le vaschette non si muovono da sole per magia, e gli altri passeggeri non sono lì a farvi da maggiordomi: accompagnate le vostre vaschette. Una volta che le vostre vaschette sono entrate nella macchina, mettetevi in fila per il passaggio attraverso lo scanner, attendete un cenno del personale prima di passare e voilà.
Se avete seguito i miei consiglii, all'arrivo delle vostre vaschette potrete prendere l'eventuale trolley, metterci sopra lo zaino (perché ovviamente avete uno di quelli con la fascetta dietro che serve a infilarci il manico estraibile del trolley), riprendere il pc, indossare la giacca coi vostri effetti personali e togliervi dai piedi, per andare comodamente a riassettarvi lontano dal piccolo caos che inevitabilmente si crea al termine del nastro trasportatore. Carta d'imbarco, documento, cellulare, c'è tutto? si va.
Se la vostra destinazione è extraeuropea, dovrete probabilmente passare attraverso un controllo dei passaporti: mettete in conto qualche minuto in più per questa incombenza. Solitamente ci sono due code: una per i cittadini europei e una per tutti gli altri. Occhi aperti (altro grande trucco per cavarsela in aeroporto: guardare in giro invece che al cellulare) e scegliete quella giusta. Finalmente anche da noi stanno arrivando i cancelli automatici nei quali passare il passaporto biometrico, urrà! Niente paura: ci si mette in coda, si apre il tornello, si appoggia il passaporto aperto dove indicato, si guarda nell'obbiettivo di fronte a sé, si rimane calmi e in 10 secondi nel 99% dei casi si passa. Se non si passa, ci si guarda intorno e si chiede aiuto. Molto facile.
A questo riguardo, io porto sempre con me il passaporto, anche per destinazioni che non lo richiedono. Un passaporto lo riconoscono tutti, intorno al mondo. E poi avere due documenti con sé è meglio di averne uno solo, no? soprattutto se li si tiene in posti separati, così da perderne solo uno per volta.

28 ott 2018

Africa e Capri

Su Alias, l'inserto del manifesto, ho trovato due recensioni che mi hanno incuriosito. La prima su Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli.
"L’Africa è per Manganelli un continente essenzialmente immune da tutto ciò che segna l’identità dell’europeo. L’europeo ammira la velocità, l’africano la lentezza, l’uno costruisce monumenti, l’altro ha gli animali e le piante millenarie che si impongono sul paesaggio: l’«assoluta arcaica vita africana, di vegetazione e animali», e sono gli animali «gli abitanti assoluti e fatali dell’Africa». Il bianco ha il tempo che scorre verso il futuro, il nero ha il presente assoluto."
"A un continente per molti versi ancora immune dalla consapevolezza del ‘tempo’ e dello ‘spazio’ organizzati secondo i criteri europei (controllo, efficienza, profitto) vengono di fatto imposte le coordinate occidentali e rivelate la propria indigenza e la propria arretratezza, ma anche prospettati di colpo un’infinità di bisogni e desideri rispetto ai quali l’africano era stato fino ad allora del tutto alieno."
La seconda su Capri 1905-1940 Frammenti postumi
"«Al viaggiatore, tratto in inganno dagli imbonimenti della letteratura turistica, desideroso di visitare Capri, non si può raccomandare abbastanza, nel reciproco interesse, di farne a meno».
"Edwin Cerio era ingegnere e figlio del mitico medico condotto di Capri, Ignazio. [...] Sarebbe diventato sindaco, seppure per poco. In tempo comunque per organizzare nel 1922 un Convegno del Paesaggio, contro la speculazione fondiaria e alberghiera che ormai stava aggredendo l’isola. Fosse stato per lui, i turisti li avrebbe rispediti tutti a casa, per dare spazio invece all’utopia: quello di un’isola luogo di raccolta di spiriti liberi, provenienti da ogni angolo del mondo."

12 ott 2018

Italiani brava gente

Da Nigrizia: "Nella costruzione del mito “Italiani brava gente”, uno dei capisaldi è l’idea che Mussolini abbia fatto le leggi razziali «solo perché le ha imposte Hitler». Ammettere una responsabilità anche collettiva nel razzismo fascista di stato renderebbe difficile raccontarsi, poi, come un popolo eccezionalmente mite. Esse sono state derubricate, così, a umana debolezza nei confronti della volontà dell’unico vero cattivo: Hitler e, per estensione, il popolo tedesco."

10 ott 2018

Parole indigeste

Mi voglio appuntare questo bell'articolo letto sul manifesto. Eccone una parte: 
"Si tratta della comunicazione manipolatoria, che conduce chi la subisce a elaborare e memorizzare inconsapevolmente grandi moli di informazioni sapientemente impacchettate dentro l’implicito, dentro ciò che viene digerito anche senza essere stato masticato. O a considerare dato di fatto ciò che in realtà è mera opinione. «Penso che le sanzioni contro il popolo e il governo ungherese siano una follia, un atto politico di quell’Europa morente di sinistra che non si rassegna al cambiamento»: l’opinione di Salvini è che le sanzioni siano una follia e un atto politico di quell’Europa ecc.
SE LO CONFUTIAMO (Non è vero!), neghiamo la sua affermazione, cioè il fatto che le sanzioni siano una follia e un atto politico di quell’Europa ecc. Curiosamente, e diabolicamente, non c’è un modo diretto per confutare quell’Europa morente di sinistra che non si rassegna al cambiamento: il fatto che esista un’Europa di sinistra, che l’Europa di sinistra stia morendo, che l’Europa di sinistra non voglia il cambiamento, che il cambiamento sia inevitabile, pur essendo opinioni, vengono presentati come dati di realtà scontati, impacchettati dentro un nome complesso, che per sua natura è inaccessibile alla confutazione.
CHE LE SANZIONI siano o meno una follia, in fondo, non è il punto di centrale, ciò che conta davvero è stato messo al sicuro dentro una presupposizione.
Un’opinione, se infilata dentro la struttura giusta, diventa Veritas. Così, sentendo l’espressione le vere vittime del razzismo, siamo condotti a considerare scontato che ce ne siano di finte. Nell’udire che la pacchia è finita, siamo prepotentemente obbligati a dare per scontato che la pacchia sia esistita davvero, e non sia durata poco.
D’altra parte, che i migranti si trovino in una situazione straordinariamente vantaggiosa (significato della parola pacchia) sarebbe un messaggio difficile da argomentare fuori da una presupposizione.
SE IL LINGUAGGIO VIOLENTO si fa normalità nell’era della comunicazione globale, resistere alla violenza diventa affare di tutti. Come? Dobbiamo immunizzarci, conoscere l’antigene per poterlo neutralizzare, sviluppare anticorpi alla violenza linguistica, rifiutarci di digerirla."

4 set 2018

Poltergeist

Allora, è andata così: io avevo la mia library iTunes impostata su un disco USB collegato al mio Fritzbox e mappato sul Mac come un drive di rete. Tutto bene, a parte qualche periodico svarione di iTunes quando all'avvio non vedeva il drive di rete e reimpostava la library alla directory di default in locale.
Sono passato a un laptop Windows. Avevo messo la library iTunes su un disco esterno proprio per questa eventualità.
Per prima cosa, si scopre che non c'è modo di migrare la library senza dover copiare anche i file, cosa che per 140GB è un po' scomoda. Grazie Apple. Il file xml della library iTunes ha tutti i path dei file in formato MacOS e non voglio nemmeno pensare a cosa succederebbe se provassi a sostituirli con path Windows.
Proviamo allora a usare Windows Media Player: peccato che non riconosca gli album con CD multipli. Non c'è modo per riordinare le canzoni, e quindi un album triplo mostrerà tre "track 1", poi tre "track 2", eccetera.
Proviamo allora a usare VLC: peccato che l'interfaccia sia troppo spartana. Il problema maggiore, però, è che, nonostante io abbia aumentato i valori di buffering, VLC non riesca a suonare gli mp3 dal drive di rete senza frequenti interruzioni. Niente, archiviato anche questo tentativo.
A mali estremi, estremi rimedi: installo iTunes su Windows e provo ad aggiungere parte dei folder originali nella nuova library. Sembra che tutto vada per il meglio. iTunes legge i dischi multipli e l'interfaccia è molto simile alla versione Mac.
Peccato che guarda caso, un paio d'ore dopo l'esperimento, il disco di rete inizi a dare segnali di malfunzionamento. Il Fritzbox non riesce più a mapparlo. Lo disconnetto, lo riconnetto, sembra che vada, il Fritz lo vede, poi non lo vede più di nuovo. Quando è visibile, MacOS mi dice che la directory iTunes occupa 140GB, mentre Windows ne dichiara solo 18.
Disconnetto il drive dal Fritz e lo connetto a Windows: non lo vede. Lo connetto al Mac: non lo vede. Spengo e riaccendo: lo vede. Lo rimetto sul Fritz: lo vede. Poi non lo monta più. Lo riattacco al Mac. E così via con risultati sempre più random. Quando Windows lo vede, faccio girare uno scan di ricerca errori e ovviamente nulla viene rilevato.
A un certo punto il Mac lo vede e decido di far saltar fuori lo spazio necessario per fare una copia in locale dei folder più importanti, finché riesco ancora a vederli.
Fatto il backup, riconnetto il drive direttamente a Windows con l'intenzione di riformattarlo. Quando dopo vari tentativi l'utility di Disk Management vede il disco (di vedere il file system non se ne parla più, chissà perché), non riesce nemmeno a reinizializzarlo, dicendo che non "riesce a trovare il settore" o una cosa del genere.
Dopo vari tentativi, disconnetto il disco e lo riattacco al Mac, che lo vede senza problemi.
Ora ho chiamato un esorcista. Domani provo a riformattare il disco dal Mac e vediamo cosa succede.

Update: il Mac a un certo punto è riuscito a vedere il disco e a reinizializzarlo (Erase) come exFAT. Anche Windows è riuscito quindi a vederlo. L'ho riformattato NTFS e fatto girare i soliti tool di "detect and repair" senza alcun errore. Peccato che lettura e scrittura sul disco rimangano lentissime e spesso presentino errori. Mi sembra ormai evidente che il disco ha problemi fisici "patologici" e ne andrà quindi eseguita l'eutanasia.

5 ago 2018

il pratico inerte

"la forza, contenuta nelle cose materiali che utilizziamo nella vita quotidiana [...] di plasmare il nostro modo di agire e di pensare mediante l’inerzia che provocano e che è stata decisa da altri: ad esempio, tutti utilizziamo lo smartphone ma le sue modalità di utilizzo sono state decise da altri e plasmano automaticamente il nostro modo di agire con questo strumento. Alla lunga, esso genera un’inerzia che ci rende impossibile anche solo pensare alla nostra vita, alle nostre comunicazioni e alle nostre relazioni senza l’utilizzo e i modi di utilizzo imposti dall’oggetto smartphone (e da chi ne ha finanziato e realizzato lo sviluppo)."

8 mag 2018

Errore sicuro


Mannaggia a Telepass e mannaggia a chi gli fa il sito e mannaggia a chi ha deciso di scrivere "Secure" vicino alle connessioni https.

1 apr 2018

Informazione e classe

L'ultimo numero di Internazionale pubblica questa riflessione: "Persone di cultura e reddito medio-alto sul web tendono a leggere quotidiani, riviste e siti d'informazione che di solito costano soldi e un certo impegno, mentre lo smartphone è ormai alla portata di tutti e un account Facebook o Twitter è gratuito".

Guarda caso stavo facendo riflessioni analoghe ieri, quando ho aperto proprio Internazionale e ci ho trovato la pubblicità della Lamborghini.

31 mar 2018

New York New York

Ho raccolto in passato un po' di esperienze e consigli sugli USA dopo i miei viaggi:
- le strade e la guida, qui e anche un poco qui;
- i "supermercati", qui;
- il cibo, il bere e il mangiar fuori in generale, qui;
- e un po' di note sparse su lavoro, consumismo, vestiti e natura, qui.

Mancano ancora molte cose, ma una soprattutto: New York non è l'America. Se siete andati a New York, non siete andati negli USA, siete andati a New York.
New York è un universo a parte. Sì, certo, siete geograficamente negli USA, e ritroverete qui tutte le caratteristiche esteriori prettamente "americane" descritte nei post citati sopra, ma è importante rendersi conto che New York rappresenta un caso singolarissimo negli Stati Uniti. Un microcosmo, una nazione a sè stante, come tra l'altro spiega bene questo libro.

Come evitare di diffondere idee stupide

Ho letto questo articolo e m'è piaciuto così tanto che ne faccio una succinta traduzione/riassunto.

Abbiamo un problema. Troppe persone non sanno come leggere i social media. E sembra che tale ignoranza colpisca quasi tutti, a prescindere dal livello di istruzione, classe economica, età, etnia, vedute politiche o genere.
Alcune persone molto intelligenti stanno aiutando la diffusione di idee molto stupide.
Ma ci sono alcuni passi molto facili che ognuno di noi può fare per affrontare il problema.
Seguendo queste tre semplici indicazioni, possiamo aiutare a risolvere un problema che sta facendo girare la testa ai geni che hanno costruito Facebook e Twitter.
1. No link? non è una notizia! Ogni volta che leggere "BREAKING NEWS" o "ATTENZIONE", dovreste insospettirvi. Prima di leggere il resto della storia, cercate il link. E' rarissimo che comuni cittadini rivelino storie eclatanti. Persino la maggior parte dei giornalisti professionisti non ha l'esperienza o l'accesso alle fonti per verificare un'informazione sensazionale. Nel caso di notizie riguardanti avvenimenti veramente importanti, ci dovrebbe essere un link a una fonte credibile. Ciò nonostante continuo a vedere tweet che non hanno alcun rapporto con la realtà essere retweettati migliaia di volte da persone avrebbero invece dovuto essere più intelligenti di così.
2. Lo sapevo! Se le notizie sui social media si allineano perfettamente con la tua visione del mondo, fermati un attimo prima di fare like o retweet. Perché? Perché tu, come la maggior parte di noi, hai preparato un feed di notizie che conferma cose di cui già sospettavi o che già "sapevi". Se non l'hai fatto tu direttamente (togliendo l'amicizia alle persone che hanno osato discutere di politica sul tuo feed), Facebook e Twitter lo fanno per te. Il problema è che le informazioni sgradevoli e frustranti -non importa quanto accurate- ti vengono attivamente nascoste allo scopo di massimizzare il tuo utilizzo del social media.

3. Perché sto parlando? Uno psicoterapeuta si rese conto che i momenti in cui comunicava più efficacemente spesso accadevano dopo essersi fatto una semplice domanda: "perché sto parlando?". Inevitabilmente, la domanda lo portava a tacere e gli permetteva di assorbire molte più informazioni. Se ci facessimo questa semplice domanda prima di postare o tweettare, sarebbe meglio per tutti. Le ragioni per partecipare alle discussioni pubbliche sono molte, e ognuno più contribuire con qualcosa di utile. Ma là fuori c'è troppo rumore e dobbiamo riflettere più seriamente e realisticamente sul valore aggiunto dalle nostre comunicazioni.

Sono tre semplici regole. Ovviamente, contraddicono tutti i meccanismi che Facebook e Twitter usano per incoraggiare i nostri comportamenti sui social media. 

4 mar 2018

Ora di leggere Il grande Gatsby

Giorni fa sono incappato in questo articolo, intitolato "L'età giusta a cui leggere un libro" che inizia con le domande "Qual è il libro che ti ha cambiato la vita? Quanti anni avevi quando lo leggesti?". Mi è venuto in mente all'istante uno dei libri che mi impressionò maggiormente quando lo lessi da adolescente: Il vecchio e il mare di Hemingway.
E' stato sorprendente, quindi, vedere citato proprio quel libro, per primo, due paragrafi dopo.
L'articolo è breve e interessante, e si conclude con una serie di libri consigliati e delle età "giuste" a cui leggerli:
Sherlock Holmes, prima dei 18;
Ficciones di Borges, 20;
Beloved di Tony Morrison, 30;
Il grande Gatsby, 40;
Il giovane Holden, 50;
To the lighthouse, di Virginia Woolf, 60.
La serie di Harry Potter, a qualunque età.

28 gen 2018

The Washington Squares

Sono appena tornato da New York dove ho visto Springsteen on Broadway. Cercando altre cose da fare in questi giorni, sono incappato in questo concerto, attirato, in realtà, dal nome di Michelle Shocked tra gli ospiti.
I Washington Squares erano (sono?) un trio che negli '80 lanciò una specie di revival un po' ironico dell'era beat/folk. (un articolo dell'epoca)
Dopo la morte di uno dei tre, avevano interrotto l'attività.
Il dieci gennaio era una reunion, con l'ex roadie/giornalista Mike Fornatale e il batterista Billy Ficca che li seguiva già ai tempi a supportare i due membri originali, Tom Goodkind, ora un vecchietto un po' svalvolato, e Lauren Agnelli di cui sono diventato un adoratore.
Questi qua si presentano sul palco con le magliette a strisce orizzontali e il basco sulle ventitrè ("ma c'è anche il mimo stasera?" ci chiediamo prima del concerto mentre Goodkind si aggira per la sala), chitarre acustiche, basso acustico e batteria. Goodkind suona anche il banjo elettrico (battezzato "banjovi" dalla Agnelli), accordato e suonato in maniera approssimativa ("good enough for folk") come anche la sua chitarra. La Agnelli e il bassista facevano la parte dei musicisti veri.
I vecchietti sfoderano con grinta wave/punk i loro pezzi più conosciuti, tutti sorprendentemente belli (mi ricordo You can't kill me, Greenback Dollar, You're not alone e il loro "anthem", New Generation, ma ce n'erano almeno un altro paio strepitosi). Eravamo in territorio Violent Femmes meets Pete Seeger meets Ramones meets Lou Reed, fantastico. Ho fatto qualche filmino col cellulare, che ho postato su youtube.

Due parole sulla location, City Winery, un ristorante-vineria (nel senso che il vino non solo lo vendono ma lo fanno proprio) nel Greenwich Village, coi tavoli davanti al palco come si vede nei film (ovviamente tutto acquistabile e prenotabile in tre clic via web, con tanto di biglietto elettronico sul cellulare), frequentato da ex-hippie assortiti e personaggi vari, e dove si mangia anche bene. Acustica ovviamente perfetta.
La serata tributo/reunion si è svolta secondo i sacri crismi / luoghi comuni del Village, con una poetessa stilepattismith ad aprire con un paio di deliri, seguita da questo Richard Barone che ci canta When I'm Gone di Phil Ochs e ci dice che interpreterà lo stesso Ochs nel film in uscita (!), seguito da Michelle Shocked che prontamente mia moglie ha indagato su wikipedia scoprendo che negli ultimi trentanni è impazzita e rinsavita ripetutamente e in questa occasione ci ha proposto una "canzone" semidelirante accompagnata da un body-percussionist tap dancer (giuro), per poi fortunatamente lasciare spazio ai WS.
Fatti i loro "classici", tanto per gradire ci hanno anche sparato la loro versione di Everybody Knows di Cohen e hanno "concluso" con tutti sul palco a urlare Sweet Jane. I "bis" hanno visto arrivare sul palco un anziano, affetto da un principio di parkinson, introdotto con tutti gli onori ("il più grande artista folk americano vivente"- per un attimo ho temuto arrivasse Dylan ed ero già in arresto cardiaco), poi rivelatosi essere l'ottantenne Peter Yarrow, cioè il Peter di Peter, Paul & Mary, ancora in gran forma sia alla chitarra che alla voce a dispetto dell'evidente tremolio, che ci ha anche raccontato di quando è andato al capezzale di Pete Seeger, e lì quindi ci siamo ritrovati tutti a cantare Where have all the flowers gone e This Land Is Your Land. Apoteosi.
Mi mordo le mani di non essermi fermato a parlare con loro dopo il concerto e di non aver preso i vinili che vendevano al banchetto, edizioni originali a 50 dollari l'uno solo cash però eravamo stanchi morti e non avevamo contanti.

E quindi due cose volevo dire, una è andatevi/andiamoci ad ascoltare i Washington Squares su youtube, e due è che mentre tornavamo in albergo m'è venuta in mente una cosa che gli avrei voluto dire, e cioè che nonostante Trump e il razzismo e tutto il resto che accade negli USA, c'è una cosa che agli americani nessuno gli può togliere e che sono così fortunati di avere: poter cantare This land is your land.  Io gliela invidio troppo, This land is your land. Si può dire di tutto e di peggio degli americani, ma This land is your land noi non ce l'abbiamo, e loro sì.

19 gen 2018

Springsteen on Broadway


Sono tornato da New York dove ho visto lo show. Ecco qualche impressione.
Per prima cosa, lo sconsiglierei a chi non ha una conoscenza dell'inglese più che buona, perché come noto le parti parlate costituiscono il 50% dello spettacolo e quindi mi sembra abbia poco senso andare a vedere una cosa di cui si capisce poco.
"Sì ma Bruce è Bruce"... mmmh insomma. Credo sia noto che questo non è un concerto, ma vale comunque la pena sottolineare che qui non c'è praticamente interazione col pubblico. Non c'è niente di simile a quanto avviene in concerto. Qui Bruce *recita*.
Mmmh sì direte voi: ma lui "recita" una parte anche durante i concerti! Sì, ma è un po' diverso. Il concerto è un'esperienza più fisica, che a Bruce viene più naturale, nella quale inoltre lui cerca molto l'improvvisazione proprio per mantenere viva l'attenzione. Qui invece Bruce si appoggia molto ai monitor suggeritori e non devia dal percorso stabilito, il che in questo caso è un bene.
Visto lo show, credo che il prolungamento fino a Giugno sia una buona notizia: chi ha visto il cameo di Bruce in High Fidelity o la sua comparsata in Lillyhammer sa che la recitazione non è proprio il suo forte; sono convinto che ripetendo lo spettacolo per decine di volte riuscirà a superare anche quei due-tre momenti in cui risulta un po' "rigido" e allora lo show sarà perfetto.
Fatte queste premesse, chiariamo: lo show è imperdibile. Lo vedrei un'altra volta? Sì. E considerate che sono uno che raramente si fa più di una data per tour.

La struttura ormai la conoscete tutti: circa due ore senza intermezzo, una prima parte con molti più interventi parlati (e quindi, forse, più "interessante", come peraltro anche nel libro), un paio di pezzi con la moglie Patti Scialfa e la seconda parte un po' più focalizzata sulle canzoni. Ogni singolo "pezzo" è da incorniciare, con i miei preferiti l'iniziale Growin' Up, ovviamente Tenth Avenue Freeze-Out, e la finale Born To Run (che, seppur acustica, non è quella "triste" dell'88). Molto ben riusciti anche i pezzi con Patti.
Ho letto pareri un po' critici circa l'accoppiata Long Walk Home / The Rising, mentre quello per me è il momento in cui si è chiarito tutto.
Siamo a Broadway.
A Broadway si fanno i musical.
Questo è BRUCE SPRINGSTEEN: THE MUSICAL.

Se ben ricordo, uno o due tentativi di produrre dei musical partendo dalle canzoni di Bruce furono fatti in passato, ovviamente finiti nel dimenticatoio. Perché l'impresa è difficilissima: infilare in sequenza brani musicali e unirli con una storia coerente... le combinazioni sono infinite, e quasi tutte pessime. Ma se il filo conduttore è la vita di Bruce Springsteen, e il direttore dello spettacolo è Springsteen stesso, allora tutto diventa più facile, perché solo lui può creare la sequenza dove tutto ha perfettamente senso e tutto torna.
Togliete gli attori professionisti, la band, la scenografia, ma ciò che rimane è Bruce Springsteen: il musical. Questo è Grease, questo è La febbre del sabato sera, questo è West side story. Una grande rockstar ripercorre la sua storia, dalle strade di Freehold a quel viaggio in California, al matrimonio, la formazione della band, il successo planetario, alla scoperta del "trucco" necessario a tenere ottantamila fan urlanti con gli occhi fissi su di lui.

Con la scusa di spiegarci qual è la "magia" che gli ha permesso di diventare miliardario senza aver mai fatto "un lavoro serio" in tutta la sua vita, Bruce Springsteen ha sfoderato il suo numero più spettacolare: tramutare un uomo e la sua chitarra su un palco spoglio in un colossal.
Avete presente quando, nel film dei Blues Brothers, Cab Calloway inizia a cantare Minnie The Moocher? in quel momento, il gruppo di scapestrati si trasforma in una big band in smoking, appaiono gli scranni, le scenografie... finisce la musica e ci si ritrova di nuovo in jeans. Ecco, posso assicurarvi che l'altra sera, durante Dancing in the dark, davanti a me c'era il palco del Madison Square Garden, c'era un corpo di ballo di venti elementi, una live band, chitarre elettriche, folla in delirio, impianto luci faraonico, tutto quanto.
Finisce la musica, guardi e c'è un uomo solo che saluta dal palco, un pianoforte e praticamente nient'altro.

Magia riuscita alla perfezione.


Altre note turistiche sparse.
Il Walter Kerr Theatre è un gioiellino da 900 posti. Gli spettatori in prima fila possono letteralmente appoggiare i piedi sul palco. Io ho speso un patrimonio per la seconda fila, convinto di avere un posto laterale e ritrovandomi invece esattamente davanti al microfono di Bruce. I momenti in cui si allontana dal microfono e parla direttamente al pubblico senza amplificazione valgono il prezzo del biglietto.
All'ingresso bisogna passare attraverso un metal detector quindi si forma una lunga fila che però procede celermente. All'interno non si possono fare foto, nemmeno prima dello spettacolo. C'è modo di fare qualche scatto prima dello spettacolo o al momento degli applausi finali, ma il personale di sala è molto solerte nel riprendere i trasgressori.

Bruce arriva in teatro verso le 19, e si ferma per qualche autografo. Considerate che martedì 9 gennaio faceva circa -10 e i primi temerari a quanto ho sentito dire stavano presidiando l'entrata dalle 15:30. Non oso pensare a cosa accadrà in primavera. Verso le 17 vengono preparate delle transenne dove la mandria viene ingabbiata, in modo da non intralciare la strada o l'uscita del garage vicino. Quindi se non siete in transenna, niente autografo. Stessa scena dopo lo spettacolo, anche se non so a che ora esca Bruce.

Il teatro è a 5 minuti da Times Square, il posto più turistico di New York, quindi sono rimasto sorpreso di aver trovato una camera a prezzi decenti (non economici: decenti) all'Hilton Garden Inn *dietro l'angolo*, location strategica top. Questo per l'alloggio. Per il vitto, all'altro angolo ha aperto l'Opry City Stage, dove si può trovare cibo relativamente sano e soprattutto c'è sempre musica country e un bel palco per la band dal vivo.