28 gen 2018

The Washington Squares

Sono appena tornato da New York dove ho visto Springsteen on Broadway. Cercando altre cose da fare in questi giorni, sono incappato in questo concerto, attirato, in realtà, dal nome di Michelle Shocked tra gli ospiti.
I Washington Squares erano (sono?) un trio che negli '80 lanciò una specie di revival un po' ironico dell'era beat/folk. (un articolo dell'epoca)
Dopo la morte di uno dei tre, avevano interrotto l'attività.
Il dieci gennaio era una reunion, con l'ex roadie/giornalista Mike Fornatale e il batterista Billy Ficca che li seguiva già ai tempi a supportare i due membri originali, Tom Goodkind, ora un vecchietto un po' svalvolato, e Lauren Agnelli di cui sono diventato un adoratore.
Questi qua si presentano sul palco con le magliette a strisce orizzontali e il basco sulle ventitrè ("ma c'è anche il mimo stasera?" ci chiediamo prima del concerto mentre Goodking si aggira per la sala), chitarre acustiche, basso acustico e batteria. Goodkind suona anche il banjo elettrico (battezzato "banjovi" dalla Agnelli), accordato e suonato in maniera approssimativa ("good enough for folk") come anche la sua chitarra. La Agnelli e il bassista facevano la parte dei musicisti veri.
I vecchietti sfoderano con grinta wave/punk i loro pezzi più conosciuti, tutti sorprendentemente belli (mi ricordo You can't kill me, Greenback Dollar, You're not alone e il loro "anthem", New Generation, ma ce n'erano almeno un altro paio strepitosi). Eravamo in territorio Violent Femmes meets Pete Seeger meets Ramones meets Lou Reed, fantastico. Ho fatto qualche filmino col cellulare, che ho postato su youtube.

Due parole sulla location, City Winery, un ristorante-vineria (nel senso che il vino non solo lo vendono ma lo fanno proprio) nel Greenwich Village, coi tavoli davanti al palco come si vede nei film (ovviamente tutto acquistabile e prenotabile in tre clic via web, con tanto di biglietto elettronico sul cellulare), frequentato da ex-hippie assortiti e personaggi vari, e dove si mangia anche bene. Acustica ovviamente perfetta.
La serata tributo/reunion si è svolta secondo i sacri crismi / luoghi comuni del Village, con una poetessa stilepattismith ad aprire con un paio di deliri, seguita da questo Richard Barone che ci canta When I'm Gone di Phil Ochs e ci dice che interpreterà lo stesso Ochs nel film in uscita (!), seguito da Michelle Shocked che prontamente mia moglie ha indagato su wikipedia scoprendo che negli ultimi trentanni è impazzita e rinsavita ripetutamente e in questa occasione ci ha proposto una "canzone" semidelirante accompagnata da un body-percussionist tap dancer (giuro), per poi fortunatamente lasciare spazio ai WS.
Fatti i loro "classici", tanto per gradire ci hanno anche sparato la loro versione di Everybody Knows di Cohen e hanno "concluso" con tutti sul palco a urlare Sweet Jane. I "bis" hanno visto arrivare sul palco un anziano, affetto da un principio di parkinson, introdotto con tutti gli onori ("il più grande artista folk americano vivente"- per un attimo ho temuto arrivasse Dylan ed ero già in arresto cardiaco), poi rivelatosi essere l'ottantenne Peter Yarrow, cioè il Peter di Peter, Paul & Mary, ancora in gran forma sia alla chitarra che alla voce a dispetto dell'evidente tremolio, che ci ha anche raccontato di quando è andato al capezzale di Pete Seeger, e lì quindi ci siamo ritrovati tutti a cantare Where have all the flowers gone e This Land Is Your Land. Apoteosi.
Mi mordo le mani di non essermi fermato a parlare con loro dopo il concerto e di non aver preso i vinili che vendevano al banchetto, edizioni originali a 50 dollari l'uno solo cash però eravamo stanchi morti e non avevamo contanti.

E quindi due cose volevo dire, una è andatevi/andiamoci ad ascoltare i Washington Squares su youtube, e due è che mentre tornavamo in albergo m'è venuta in mente una cosa che gli avrei voluto dire, e cioè che nonostante Trump e il razzismo e tutto il resto che accade negli USA, c'è una cosa che agli americani nessuno gli può togliere e che sono così fortunati di avere: poter cantare This land is your land.  Io gliela invidio troppo, This land is your land. Si può dire di tutto e di peggio degli americani, ma This land is your land noi non ce l'abbiamo, e loro sì.

19 gen 2018

Springsteen on Broadway


Sono tornato da New York dove ho visto lo show. Ecco qualche impressione.
Per prima cosa, lo sconsiglierei a chi non ha una conoscenza dell'inglese più che buona, perché come noto le parti parlate costituiscono il 50% dello spettacolo e quindi mi sembra abbia poco senso andare a vedere una cosa di cui si capisce poco.
"Sì ma Bruce è Bruce"... mmmh insomma. Credo sia noto che questo non è un concerto, ma vale comunque la pena sottolineare che qui non c'è praticamente interazione col pubblico. Non c'è niente di simile a quanto avviene in concerto. Qui Bruce *recita*.
Mmmh sì direte voi: ma lui "recita" una parte anche durante i concerti! Sì, ma è un po' diverso. Il concerto è un'esperienza più fisica, che a Bruce viene più naturale, nella quale inoltre lui cerca molto l'improvvisazione proprio per mantenere viva l'attenzione. Qui invece Bruce si appoggia molto ai monitor suggeritori e non devia dal percorso stabilito, il che in questo caso è un bene.
Visto lo show, credo che il prolungamento fino a Giugno sia una buona notizia: chi ha visto il cameo di Bruce in High Fidelity o la sua comparsata in Lillyhammer sa che la recitazione non è proprio il suo forte; sono convinto che ripetendo lo spettacolo per decine di volte riuscirà a superare anche quei due-tre momenti in cui risulta un po' "rigido" e allora lo show sarà perfetto.
Fatte queste premesse, chiariamo: lo show è imperdibile. Lo vedrei un'altra volta? Sì. E considerate che sono uno che raramente si fa più di una data per tour.

La struttura ormai la conoscete tutti: circa due ore senza intermezzo, una prima parte con molti più interventi parlati (e quindi, forse, più "interessante", come peraltro anche nel libro), un paio di pezzi con la moglie Patti Scialfa e la seconda parte un po' più focalizzata sulle canzoni. Ogni singolo "pezzo" è da incorniciare, con i miei preferiti l'iniziale Growin' Up, ovviamente Tenth Avenue Freeze-Out, e la finale Born To Run (che, seppur acustica, non è quella "triste" dell'88). Molto ben riusciti anche i pezzi con Patti.
Ho letto pareri un po' critici circa l'accoppiata Long Walk Home / The Rising, mentre quello per me è il momento in cui si è chiarito tutto.
Siamo a Broadway.
A Broadway si fanno i musical.
Questo è BRUCE SPRINGSTEEN: THE MUSICAL.

Se ben ricordo, uno o due tentativi di produrre dei musical partendo dalle canzoni di Bruce furono fatti in passato, ovviamente finiti nel dimenticatoio. Perché l'impresa è difficilissima: infilare in sequenza brani musicali e unirli con una storia coerente... le combinazioni sono infinite, e quasi tutte pessime. Ma se il filo conduttore è la vita di Bruce Springsteen, e il direttore dello spettacolo è Springsteen stesso, allora tutto diventa più facile, perché solo lui può creare la sequenza dove tutto ha perfettamente senso e tutto torna.
Togliete gli attori professionisti, la band, la scenografia, ma ciò che rimane è Bruce Springsteen: il musical. Questo è Grease, questo è La febbre del sabato sera, questo è West side story. Una grande rockstar ripercorre la sua storia, dalle strade di Freehold a quel viaggio in California, al matrimonio, la formazione della band, il successo planetario, alla scoperta del "trucco" necessario a tenere ottantamila fan urlanti con gli occhi fissi su di lui.

Con la scusa di spiegarci qual è la "magia" che gli ha permesso di diventare miliardario senza aver mai fatto "un lavoro serio" in tutta la sua vita, Bruce Springsteen ha sfoderato il suo numero più spettacolare: tramutare un uomo e la sua chitarra su un palco spoglio in un colossal.
Avete presente quando, nel film dei Blues Brothers, Cab Calloway inizia a cantare Minnie The Moocher? in quel momento, il gruppo di scapestrati si trasforma in una big band in smoking, appaiono gli scranni, le scenografie... finisce la musica e ci si ritrova di nuovo in jeans. Ecco, posso assicurarvi che l'altra sera, durante Dancing in the dark, davanti a me c'era il palco del Madison Square Garden, c'era un corpo di ballo di venti elementi, una live band, chitarre elettriche, folla in delirio, impianto luci faraonico, tutto quanto.
Finisce la musica, guardi e c'è un uomo solo che saluta dal palco, un pianoforte e praticamente nient'altro.

Magia riuscita alla perfezione.


Altre note turistiche sparse.
Il Walter Kerr Theatre è un gioiellino da 900 posti. Gli spettatori in prima fila possono letteralmente appoggiare i piedi sul palco. Io ho speso un patrimonio per la seconda fila, convinto di avere un posto laterale e ritrovandomi invece esattamente davanti al microfono di Bruce. I momenti in cui si allontana dal microfono e parla direttamente al pubblico senza amplificazione valgono il prezzo del biglietto.
All'ingresso bisogna passare attraverso un metal detector quindi si forma una lunga fila che però procede celermente. All'interno non si possono fare foto, nemmeno prima dello spettacolo. C'è modo di fare qualche scatto prima dello spettacolo o al momento degli applausi finali, ma il personale di sala è molto solerte nel riprendere i trasgressori.

Bruce arriva in teatro verso le 19, e si ferma per qualche autografo. Considerate che martedì 9 gennaio faceva circa -10 e i primi temerari a quanto ho sentito dire stavano presidiando l'entrata dalle 15:30. Non oso pensare a cosa accadrà in primavera. Verso le 17 vengono preparate delle transenne dove la mandria viene ingabbiata, in modo da non intralciare la strada o l'uscita del garage vicino. Quindi se non siete in transenna, niente autografo. Stessa scena dopo lo spettacolo, anche se non so a che ora esca Bruce.

Il teatro è a 5 minuti da Times Square, il posto più turistico di New York, quindi sono rimasto sorpreso di aver trovato una camera a prezzi decenti (non economici: decenti) all'Hilton Garden Inn *dietro l'angolo*, location strategica top. Questo per l'alloggio. Per il vitto, all'altro angolo ha aperto l'Opry City Stage, dove si può trovare cibo relativamente sano e soprattutto c'è sempre musica country e un bel palco per la band dal vivo.