15 ago 2020

Io mi aspettavo una bella disquisizione sui dettagli della decomposizione del cemento armato e sul decadimento degli isotopi dell'uranio, mentre invece ho trovato un altro repertorio dei modi in cui abbiamo trasformato il nostro pianeta e di come lo avveleniamo quotidianamente. L'autore evita di entrare nel dibattito su come potremmo salvarlo, questo benedetto pianeta, e sceglie invece di usare lo strategemma di una ipotetica sparizione repentina dell'homo sapiens per domandarsi cosa accadrebbe al mondo. 

Si tira qualche sospiro di sollievo quando si legge della miracolosa esplosione di vita che si osserva un po' ovunque appena l'uomo si allontana, ma si rimane sgomenti di fronte agli sconfinati impianti di raffinazione del petrolio i cui incendi spargeranno nubi su tutto il pianeta o le centinaia di centrali nucleari che senza costante manutenzione e senza luoghi sicuri dove stoccare i loro rifiuti malfunzioneranno e continueranno a irradiare materiali nocivi per millenni.

Tra i passi che mi hanno colpito di piu', quelli sull'ultima foresta vergine europea, la Bialowieza Puszcza tra Polonia e Bielorussia, sulle chilometriche citta' sotterranee in Anatolia, sui prodotti chimici che interferiscono col sistema endocrino provocando disturbi nell'identita' sessuale degli animali, e quello sulla nostra stupida usanza di sigillare i cadaveri per ridurli in poltiglia dentro casse di metallo che rimarranno pero' intatte per millenni. 
 
"Non ci sono grandi probabilita' che qualcuno di noi che viviamo adesso lasci un marchio duraturo. Di questi tempi e' raro che qualcuno venga coperto da un limo ricco di minerali che finisca per rimpiazzare il nostro tessuto osseo fino a trasformarci in rocce a forma di scheletro. In una delle nostre piu' bizzarre follie, neghiamo a noi e ai nostri cari l'opportunita' di un memorialie davvero duraturo -la fossilizzazione- attraverso protezioni stravaganti che alla fine non fanno altro che proteggere la Terra dall'essere contaminata da noi".

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